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Formazione umanistica: nostalgia od opportunità? - di Maria Assunta Scannerini



Credo che certe iniziative di cui anche il Web si avvale servano per accostarsi/riprendere gli studi classici con quella curiosità consapevole che conduce all'amore per essi. Sembrerebbe un controsenso usare metodologie così moderne ed evolute come quelle informatiche per discipline che oramai il comune sentire tende a considerare sorpassate ed inutili, in quanto parrebbero non produrre benefici concreti in un mondo rivolto solo all'uso ottimale di quello che la modernità ci sembra offrire a piene mani.

Negli ultimi decenni stiamo assistendo quindi ad una dicotomia tra gli studi scientifici e gli studi umanistici, a tutto vantaggio dei primi, dubitandosi non solo della loro utilità, ma anche al fatto che la forma mentis di coloro che ad essi si accostano possa essere in qualche modo utile alla nostra società sempre più tecnologica. Sicuramente si è rotto quell'equilibrio tra le varie discipline che faceva sì che, almeno fino al Settecento, fosse indispensabile redarre i trattati filosofici e scientifici in latino ed è chiaramente impossibile auspicare questa prassi per la moderna letteratura scientifica, in un mondo dove, vuoi per motivi di predominio politico-commerciale, vuoi per indubbia praticità, l'uso della lingua inglese ha soppiantato non solo la lingua dei Romani, ma anche quella neolatina francese, che almeno fino all'Ottocento è stata la lingua dei dotti.
Che senso ha dunque una tutela degli studi umanistici e dello studio di “lingue morte”, affinché essa non sia un arroccarsi in una strategia di difesa, che potrebbe parere un'affermazione dei soli privilegi della “casta” dei suoi cultori? Il termine stesso, “classico”, nasce dalla divisione in classi dell'antica civiltà romana: “classicus” era l'appartenente a quella predominante, da cui il significato traslato di “eccellenza da imitare”, quando sia usato per uno scrittore o artista in genere (esso è applicato per la prima volta a Frontone nelle “Noctes Acticae” di Aulo Gellio nel II sec. d.C.); ma, dopo l'uso esclusivo per Latini e Greci da parte degli Umanisti, oggi si estende a tutti gli autori da imitare in tutte le civiltà - anche se, quando parliamo di “Classicità”, ci riferiamo comunemente alla cultura greca e romana.
Certamente anche altre civiltà sono state grandiose e hanno dato apporti a quella occidentale - del resto, anche la greca e la latina sono nate “in conseguenza” e “per contaminazioni” con altre. E non si può fare una graduatoria di valori, ma d'influenze sì: la storia della generazione umana è una catena di conoscenze passate da una generazione all'altra, che potrebbe essere descritta come un fiume con molti affluenti, alcuni magari a carattere torrentizio, ma altri che in certi periodi di magra contribuiscono in modo determinante alla sua portata. Anche le nostre conoscenze scientifiche provengono in grandissima quantità da questo alveo principale ed hanno dunque la stessa genesi o tradizione classica delle loro “concorrenti” umanistiche, una catena ininterrotta in un “passaparola” tra generazioni, che nel corso dei secoli le hanno incrementate e perfezionate con miglioramenti, integrazioni, maggiore conoscenza e studio delle stesse fonti.
Per la storia della civiltà occidentale è innegabile che il “fiume” principale ha avuto il massimo apporto dalla Classicità - dove noi Italiani, volenti o nolenti, affondiamo le nostre radici – solo conoscendo le quali siamo pienamente in possesso della nostra identità. Il concetto di identità in un mondo sempre più globalizzato, dal punto di vista pratico e non ideale non può essere altro che la libertà di potersi affermare come possessori di prerogative ed unicità, che consentano di differenziarsi in un contesto di uniformità culturale, che non permetterebbe neppure di usufruire delle proprie capacità in quanto in concorrenza con altri non dissimili da noi e forniti di mezzi migliori per usufruirne – talvolta per capacità ed opportunità reali, ma soprattutto per circostanze storiche o mezzi e risorse migliori (si pensi all'importanza della reperibilità in loco delle materie prime per l'industria o all'offerta di una manodopera più economica in moltissimi settori economici, non escluso il turismo comunemente inteso).
Temo che un progressivo abbandono dello studio delle discipline umanistiche stia già avvenendo persino al liceo classico, per malintesi progetti di modernizzazione e internazionalizzazione della scuola, che secondo me, uniformando, appiattiscono, eliminando così ogni specificità culturale. Eppure, si hanno elasticità mentale e cultura sommando, non sottraendo, soprattutto se si tratta delle proprie specificità, non rintracciabili altrove. Senza elasticità mentale non si può avere una mente brillante e pronta ad accogliere tutte le opportunità che potrebbero pervenire dalla curiosità per il nuovo e lo sconosciuto, per l'altro e per il diverso dall'usuale, dall'accettazione delle contaminazioni e degli apporti di altri “fiumi” nell'alveo del principale, che sono stati sempre alla base del progresso, inteso non solo come miglioramento delle condizioni di vita, ma anche delle capacità mentali e delle idealità e dei valori. Senza una cultura che non nasca dalla fusione di conoscenze di ambiti diversi si ha la specializzazione, che di per sé è sì garanzia di qualità, ma funziona al meglio interagendo con altre specializzazioni, superando ogni settorialità ed integrandosi organicamente.
Io riconosco dunque l'importanza degli studi scientifici, ma, secondo il mio modesto parere, non è assolutamente il caso di tralasciare lo studio delle materie umanistiche, che anzi devono essere maggiormente approfondite, bene insegnate e altrettanto bene studiate, proprio perché il loro studio è un'opportunità del tutto italiana e quindi come tale dovrebbe addirittura essere pubblicizzato.
Parallelamente al decadimento del concetto della positività della cultura umanistica, nel nostro Paese sono sottovalutate le valenze e le opportunità economiche di essa e dell'arte con tutte le sue branche, che ci fanno "diversi" da altri, perché nella sovrabbondanza di esse è la nostra specificità, a tutti i livelli.
A parte ogni considerazione su quale sia per ognuno di noi il concetto di cultura, evidentemente opinabile e relativo, se infatti nella realtà italiana si volesse dare concretezza a riflessioni di idealità culturale che per taluni potrebbero parere astratte, si considerino le opportunità per un'economia turistico-culturale che ha bisogno di figure professionali adeguatamente preparate culturalmente - anche nell'"inutile" lingua greca, noi, in terra di Magna Grecia - e capaci non solo di contare gli introiti…
Il mare, la montagna, eccetera li hanno molti altri Paesi ben più competitivi di noi… Dal momento che, per un rilancio dell'economia italiana, lo sviluppo ulteriore dell'industria turistica è essenziale – anche in questi tempi di crisi ve ne sono flussi non ignorabili -, da più parti si auspica che questo limitarsi ad un turismo balneare o montano, in cui altri sono in grado di farci concorrenza molto competitiva, sia superato a vantaggio di un turismo culturale per noi esclusivo e specifico; ma per un suo implemento sono necessarie una migliore offerta dei servizi turistici e una qualificazione dell'offerta, che si accompagnino e perfino derivino dall' aumento del numero dei professionisti specializzati, anche laureati – in questo siamo superati sia dalla Spagna sia dalla Grecia; ed è ovvio che, volendo puntare in Italia ad un'offerta turistico- culturale, taluni professionisti non possano che essere specializzati in cultura classica ed umanistica. L'aumento dell'offerta turistico-culturale e il maggior introito che ne deriverebbero farebbero da volano anche alle altre attività collegate con l'arte e tutte le sue branche e si avrebbero maggiori posti di lavoro per le professionalità ad esse relative (archeologi, restauratori, muratori specializzati per manufatti antichi, ecc).
Occorrerebbe quindi fare considerazioni pratiche, e non solo ideali, anche a livello economico più generale, persino industriale: come ho letto recentemente in un interessante articolo, la percezione da parte degli stranieri degli Italiani come cultori dell'arte, della letteratura e del bello ha influito sull'ammirazione e la diffusione nel mondo del Made in Italy, considerato una diretta conseguenza della nostra sensibilità, ma - dati alla mano - il progressivo venir meno di questo aspetto nell'immaginario collettivo internazionale per motivi oggettivi di noncuranza dei nostri beni intellettuali e materiali – il caso della trascuratezza di Pompei, per esempio, ha fatto il giro del mondo - pare abbia nociuto anche alla percezione della superiore qualità del prodotto italiano, con conseguente diminuzione del suo "fascino" anche presso i suoi acquirenti storici. Il culto dell'arte e del Bello che si ottiene con una forma mentis acquisita con gli studi umanistici dovrebbe viceversa permettere anche l'offerta in ambito turistico di ambienti, collocazioni, materiale vario, proposte di vario genere commerciale in linea con l'immaginario collettivo che del Made in Italy si sono fatti coloro che lo apprezzano.
In questo quadro di opportunità economiche e pratiche legate alla cultura umanistica, da molti sottovalutate o addirittura ignorate, bene si inserisce l'uso delle nuove tecnologie - nell'ambito del quale il Web non può che avere un ruolo di primo piano - sia come sistema di propaganda per queste nuove prospettive di lavoro, sia per la conoscenza della cultura dei nostri avi, anche per chi volesse accostarvisi in relazione alla propria professionalità. Una sinergia tra cultura classica e cultura tecnico-scientifica diviene così utile sia per la professione – pensiamo all'uso del computer - o per i siti e gli ambienti culturali – la fruizione di sistemi didattici o esplicativi tecnologici/informatici nei musei, per esempio – così come l'ottima conoscenza della lingua inglese e di altre lingue di largo uso internazionale, recuperando almeno in parte, in un certo qual modo, quell'ecletticità che avevano gli antichi Umanisti. Riassumendo in poche parole il conflitto tra scienza e tecnica da una parte e cultura umanistica dall'altra, esso è superabile solo prendendo atto che esse non solo prendono vita da un'unica matrice, ma che nel nostro Paese le une non debbono necessariamente escludere l'altra proprio per ragioni di opportunità economica, oltre che per l'ovvio amore ideale per la propria identità culturale.
Maria Assunta Scannerini

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