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(4) La passione amorosa come “pathos”, il “movimento/mutamento dell’anima” - di Cristina Rocchetto

La parola “passione” viene da parole greche, tra cui anche “pathos” (=la radice della nostra parola “patetico”, per esempio), che rimandano ad un “patire”, “soffrire”, provare qualcosa che ci turba e ci tocca, quindi che ci “muove” – ci sposta dal limite, dal punto di equilibrio: il che vuol dire che l’amante da una parte potenzialmente, spostandosi, si potrebbe evolvere, potrebbe crescere spiritualmente, elevarsi; al tempo stesso, però, spostandosi, perde equilibrio, è de-stabilizzato. 
Ora, come ho più volte ripetuto, la mentalità greca soprattutto del periodo classico tese senz’altro a considerare “perfetto” ciò che nel mondo rimane immobile; e, siccome nel mondo terreno “tutto cambia” (“tutto scorre”, aveva osservato anche il filosofo Eraclito già nel VI sec. a.C), aveva cominciato a trasporre l’idea di “perfezione” su un piano “ultra-umano” ed “ultra-terreno”, trasferendo lì anche i suoi dèi. Ho così accennato alla tendenza di proiettare quest’ideale di “fissità” sul divino: è la medesima tendenza da cui parte, ho detto, Platone con la sua Dottrina delle Idee immobili ed immutabili, gli “Universali”.

Quindi gli dèi, gradualmente staccandosi dall’umano, piano, abbiamo detto, perdono (nella riflessione filosofica) le loro fattezze antropomorfe e, sistemandosi in una gerarchia che ha al vertice “Giove”, simbolo già in Esiodo (VII secolo a.C, periodo ancora arcaico), cominciano a preludere alla visione monoteistica della divinità.

Questi dèi lontani, però, oltre alle forme umane, perdono piano anche i loro connotati di umanità emotiva e sentimentale che li caratterizzava nell’opera di Omero: lì essi si arrabbiano, litigano tra di loro, si ingannano, deridono e si fanno i dispetti, garantendo e giustificando, con la loro vitalità, le dinamiche del mondo; nella nuova visione del mondo, invece, solo l’uomo può “commuoversi” (dalla radice etimologica=”muoversi con”, provare sentimenti, emozioni). 

Il movimento, infatti, caratteristica del mondo terreno, imperfetto, è un cambiamento continuo di stato delle cose (che sono soggette al deterioramento): i viventi lo vivono anche a livello delle sensazioni (corporee, legate al sentire dei sensi) e dei sentimenti (emozioni legate al sentire dell’anima). In entrambi i casi, l’uomo assume un ruolo di “passività”, perché il suo sentire è sempre legato a qualcosa che viene da fuori e sulla quale lui non ha diretto controllo: si fa “soggetto” in un’altra accezione, che non è quella del soggetto “attivo” che compie delle scelte ed agisce, ma quello del soggetto “passivo”, che subisce un cambiamento. Legato a questa visione dell’imperfezione umana, il “pathos”, la capacità di “patire” (sentire e soffrire al contempo) emozioni è qualcosa che rimane propria, perciò, dei soli viventi e segno della loro appartenenza al mondo in cui tutto è precario.
Ricordiamo ora le parole di Artemide ad Ippolito (riferimento alla tragedia “Ippolito” di Euripide): la dèa “non può piangere” (non può “commuoversi”, turbare l’immobilità del suo stato), le è vietato… Così gira il suo volto ed abbandona il suo prediletto morente… un prediletto che a lei ha dedicato la sua “passione”: un amore ardente, che è stato anche rinuncia (all’amore fisico) e che gli costa perciò l’invidia di Afrodite (dèa dell’amore inteso “sensualmente” per l’appunto), quindi la vita. L’uomo amante della dèa patisce non solo l’amore, ma anche l’abbandono, la solitudine... Un significato sublime, quindi, dentro a questa tragedia… provate a (ri-)leggerla da questo punto di vista: di traduzioni ce ne sono tante, anche sul Web.

Noteremo, progressivamente, come l’arte greca che, dopo il brevissimo momento del magico equilibrio classico in cui gli dèi, già perfetti, non hanno ancora del tutto abbandonato il loro dialogo con l’uomo terreno, facendosi essi sempre più distanti ed estranei alla sua sofferenza durante il tempo dei Regni ellenistici, lasceranno all’artista finalmente la possibilità di ritrarre immagini sempre più “umanizzate” e cariche di un “pathos” estraneo al Classicismo che parla a chi guarda della sofferta condizione umana. L’arte figurativa, ma anche il teatro, prende a farsi sempre più “patetica”: a voler suscitare intense emozioni di commozione, sorpresa o ribrezzo sempre più fini a se stesse (cercate "arte ellenistica", immagini sul Web). Così vedremo sculture (i dipinti greci non sono conservati) con volti sempre più scavati dalla sofferenza; opere tragiche che a teatro, con l’aiuto anche di artifizi ed accorgimenti scenici, sorprenderanno o spaventeranno lo spettatore, che rincorrerà sempre più questo gusto estetico dell’orrido e della novità, dimenticando di fare domande a se stesso, cercando la “distrazione”... La tragedia ellenistica, infatti, non serve più ad educare “cittadini”, ma ad intrattenere “sudditi”, i quali, quando diventeranno anche i sudditi dell’Impero romano, al teatro preferiranno gli spettacoli ancora più violenti dei circhi e degli anfiteatri. Ed a cosa ci servirà mai vedere, notare e riflettere su tutto questo?...

Ecco... io direi di riflettere bene e far riflettere bene i nostri ragazzi su questa trasposizione del divino e della sua Giustizia su un piano irraggiungibile all’uomo durante il suo soggiorno terreno; su questa perdita di fede e fiducia negli dèi e nella giustizia degli uomini; su questa perdita di contatto e di identificazione con chi detiene ormai il potere politico; su questo bisogno di palliativi e distrazioni continue, esagerate eppur così incapaci di toccare nel profondo un'umanità schiacciata, infelice ed infinitamente insoddisfatta: tutte cose che forse ci dicono qualcosa di questo nostro mondo e che ritroviamo nelle opere di autori ellenistici (grosso modo dai III sec. a.C fino alla conquista romana) e poi anche romani... cose che prepararono quei territori alla successiva ricezione “entusiasta” del messaggio del Giudizio Universale ebraico-cristiano. 

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