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(3) L'amore statico di Platone: la possibilità umana di superamento del limite - di Cristina Rocchetto

 Di Platone si potrebbe parlare lungamente e lo farò in altre occasioni. Qui accennerò quel che ci basta per cogliere il senso del mio riferimento a lui nel parlare di "amore appassionato".
Platone, come neppure Socrate, intende il termine nel significato inteso da Saffo: il loro "amore" non riguarda la passione per qualcosa appartenente al mondo terreno o al corpo fisico. Ma c’è una distinzione fondamentale tra loro:

1) per Socrate, lo abbiamo detto, riguarda il mondo dei propri valori etici su cui si fonda, in ultima analisi, il proprio senso di identità umana - quella stessa per cui Antigone (cfr. miei articoli sulla tragedia) non può che scegliere di morire anche lei. Questo amore, che trascende il proprio “ego” e diventa “ideale sociale”, il bisogno di Socrate di appartenenza alla sua comunità umana, a pensarci bene si trova però pur sempre “dentro” l’uomo ed appunto riguarda la sua coscienza.

2) altro diventa il discorso dell’ “amore ideale” per Platone, che si spinge “oltre” il suo maestro Socrate ed il mondo della coscienza individuale al quale il primo era tanto legato: l’ “amore” per Platone riguarda il "desiderio" del superamento di sé e del mondo terreno, un’elevazione dello spirito che è stata intesa e può senz’altro essere intesa in molte maniere, compresa quella “mistica”. Platone, che non scrisse trattati, ma “dialoghi”, preferì infatti usare un affascinante linguaggio particolare che spesso si rifà a/oppure inventa miti, i quali, come ogni linguaggio creativo, si “aprono” a diversissimi livelli di interpretazione.

Platone mette quindi il suo pensiero in bocca al “suo” Socrate (la sua interpretazione del pensiero del Maestro) nei suoi “Dialoghi”. In essi, fa risaltare le sue tesi attraverso il confronto dia-logico tra Socrate ed altri personaggi, di cui le opere a noi pervenute hanno spesso il nome. A questo proposito, ricordiamoci che nell’Atene di Platone (V°/IV° sec. a.C) si muovevano, infatti, anche i Sofisti, di cui parlerò, i quali anche tendevano a mettere tesi opposte a confronto tra loro, ma in una maniera molto diversa da Platone: loro erano molto concentrati sul concetto della relatività dei valori, una scoperta che appunto portò Platone a cercare garanzie e certezze in un mondo superiore, quello delle “Idee universali”.

In generale, riguardo al nostro argomento, Platone parte più o meno da questa premessa, che cercherò di esporre in maniera semplificata (chiedo venia agli specialisti): l’essere vivente sulla Terra è un essere imperfetto; avendo una forma “de-finita” (attenzione al concetto di limite di cui ho già ormai ampiamente parlato), per necessità il suo “essere individuale” (=determinato) esclude tutto il resto. Qualcosa di quel resto, però, “gli manca”: soprattutto, gli manca l’"Idea" suprema, l’ “Idea del Bene” (che i primi Cristiani identificheranno con il loro concetto di Dio, riconoscendo in Platone un autore pagano privilegiato), a cui tende, anela di ritornare, con un trasporto che Platone chiama “desiderio” e che è stato spessissimo inteso come “desiderio di completamento, di fusione nell’Unità originaria”: pensiamo, tra le altre, alla tradizione della Mistica tedesca, e non solo ad essa. Moltissimo della cultura tedesca è di matrice “platonica”, come non perderò e non ho perso occasione di far notare sempre, perché l’argomento è affascinante ed illuminante davvero. A ciò che io riconosco di questa tradizione nella mentalità anche alla base del sistema scolastico tedesco, infatti, ho dedicato altri scritti, da educatrice, perché ad essa è collegata una grande “passione” patita da madre che, come ogni grande “passio”, rimarrà "indimenticabile" - ognuno combatte con le proprie armi: io ho lo studio e la scrittura, che sono armi privilegiate, perché la vita le affina nel tempo che ci è riservato, regalandoci la speranza di lasciare una traccia di ciò che è stato detto e vissuto. 

Per ricollegarci al nostro argomento, anche Platone, che scrisse contro la parola scritta pur utilizzandola egli stesso, sebbene nella forma tutta particolare del dialogo appunto, scrivendo, segnò l’inizio di una lunga tradizione che sulle sue opere si poté in vario modo basare.

In Platone perciò si possono riconoscere, tra i tanti stimoli e spunti, per esempio l’idea di “caduta” da un “paradiso perduto”, che Platone riprese dal filtro di dottrine orfiche-pitagoriche molto più antiche di lui e di origine orientale, e la complementare idea di “ritorno” a quel mondo perduto: tantissimo, insomma, delle radici anche del pensiero cristiano... Si può anche riconoscervi molto della tradizione letteraria occidentale ed anche alcuni aspetti delle nostre più moderne teorie psicologiche.

Prendiamo Jung ed il suo concetto di “Ombra”, per esempio: la teoria è certamente una eco dell’antica dottrina degli Opposti (di origine orientale, rielaborata dai Greci), sia pure interpretata in modo originale da Jung. L’osservazione di Jung non è priva di valore, anche se è molto rischioso prendere questa sua visione in termini del tutto assoluti (si finirebbe, come ho osservato altrove già tanti anni fa, per dare responsabilità alla vittima di un omicidio di avere “attratto” nella sua vita il suo aggressore): in generale, secondo Jung, che studiò appassionatamente la mitologia e la filosofia greca, noi tenderemmo a non riconoscere i nostri “difetti/lati oscuri” dentro di noi (le nostre “ombre”), proiettandoli e criticandoli negli altri; i quali, rappresentando però il nostro “opposto complementare”, ci attraggono potentemente; in altre parole, spesso, dice Jung, finiamo per attrarre nella nostra vita, attraverso certi tipi di personalità o di dinamiche, ciò che in noi, di noi o del nostro passato non abbiamo voluto affrontare e risolvere. Io stessa ho spesso usato questa riflessione junghiana in consulenza come “motivo di riflessione” sulla ripetitività di una stessa esperienza (“perché a certe persone accadono spesso, troppo spesso, eventi o incontri che sembrano risuonare tra loro?”), escludendo categoricamente di dare a quel “motivo di riflessione” uno statuto di “verità assoluta”, e appunto assumendo una posizione molto critica verso “certo” modo di intendere e praticare le professioni collegate alla Psicologia - una disciplina che nacque da apporti soprattutto tedeschi, vorrei far notare. E, nel criticare la tipica tendenza "all'assolutizzazione", mi sono fondata a mia volta proprio su altri apporti del pensiero che, infine, ci viene dai Greci. Niente muore, finché ne manteniamo vivo il ricordo nel nostro cuore – ce lo ricorda, tra gli altri, il Foscolo de “I Sepolcri”…

Integrando la suggestione platonica con il suggerimento di Jung, essere “attratti” da ciò che è forse in parte il nostro “contrario” potrebbe portare a due situazioni-limite: essere causa del nostro “annullamento=annientamento” (amore “distruttivo” in cui l’amante “annulla”, per amore dell’altro, la sua personalità, come fece Medea, di cui ho parlato negli articoli sulla tragedia antica); ma potrebbe essere mezzo di “annullamento=superamento=rigenerazione”, come più intendeva Platone, della nostra individualità limitata al fine della nostra “elevazione spirituale”.

In questo senso, tutti i nostri concetti di “amore” come ricerca dell’”anima gemella” nascosti dietro alle favole di dame e principi azzurri (azzurro è il cielo: il colore non è un caso…), di quell’opposto che “completa” la personalità dell’amante, sono risonanze che ci renderebbero, a leggerlo, il concetto di “desiderio” platonico un concetto non così estraneo al nostro universo mentale, anche se poi Platone da quello partiva per puntare su un altro “azzurro” - quello di cui dipinse (metaforicamente) il suo "Regno delle Idee", che poi, con il tempo, fu sostituito dal “Regno dei Cieli” cristiano.

Che cosa è, allora ed in poche parole, l’“amore platonico”? E’ quell’amore che, al di là dei sensi, porta l’essere (de-finito) a superare i suoi limiti (il suo confine)= a trascenderli, ad uscire "fuori da sé" e vivere l' "estasi".
L'amore platonico non è un amore meramente fisico. Se lo traduciamo come "innamoramento" di un essere umano (cosa che non era l'obiettivo di Platone), potrebbe anche essere l'amore che si può virtualmente provare per una persona distante, appartenente ad un altro mondo, perduta, mai vista... E' l'amore che della letteratura cortese, di quella dama chiamata "ma-donna" (mia Signora) mai posseduta... E' l'amore inspiegabile e potente che non ha spiegazione in "questa" realtà a cui noi diamo valore, la realtà della ragionevolezza.
Rinvio qui al segmento della lezione su Platone della prof.ssa Manuela Racci  divulgata su YouTube http://www.youtube.com/watch?v=MM-lD_KD5qw. 

Cristina Rocchetto
http://www.atuttascuola.it/collaborazione/rocchetto/index.htm

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