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(2) L’amore come “entusiasmo”: il dèmone socratico - di Cristina Rocchetto

Il significato di “amore” come “passione” è intrecciato ad altri concetti. Uno di questi ci viene da Socrate (Atene, V sec. a.C) e da ciò che lui diceva del suo “dàimon” (il suo “dèmone”). Ovviamente, Socrate non si riferiva con questa parola al concetto cristiano-medievale di “demonio”, un’accezione negativa del concetto di “voce” legato certamente alla tradizione socratica (ed alla tradizione a cui lui si riferiva, rielaborandola).
Il dèmone di Socrate, infatti, è la sua “voce interiore”, la voce “della sua coscienza”, la voce dei suoi principi morali (etici): Socrate sceglie di bere la cicuta (un veleno: è stato condannato a morte) e morire per onorare le leggi della sua città (Atene) perché “non può non seguire il suo dèmone” – come Platone ci racconta nell’“Apologia di Socrate”, opera dedicata alla sua versione dei fatti e delle parole del suo indimenticabile Maestro (che non ci ha lasciato invece nulla di scritto). 

Il dèmone di Socrate lo consiglia, lo guida, gli parla…. Molto si è scritto e si scrive o si dice sull’argomento (cfr. a titolo di esempio, un risultato della ricerca Google: 
http://realta.altervista.org/drupal/?q=node%2F87). Ci sono anche interpretazioni del “dàimon” socratico lontanissime da quelle che studiamo nei libri e che sconfinano nel campo dell’ultraterreno – lo scrivo perché è importante saperlo; anche alcune delle lezioni della prof.ssa Manuela Racci (presente su YouTube ed alla quale rimanderò nella prossima foto) che segnalo perché sono “entusiasmanti” ed “appassionate”, quindi (potenzialmente) “commuovono=toccano”, vanno in tal senso. 

Una parola greca che chiarisce il senso che Socrate poteva certamente dare al suo concetto di dèmone è proprio la parola da cui deriva “entusiasmo”, che significa, letteralmente, “il dio dentro (en+thèos)” (=essere posseduti dal dio, essere in suo potere/dominio). In questa associazione di concetti, il “daimon” socratico sembra imparentato, sebbene alla lontana (Socrate conosce il concetto di responsabilità personale), con quanto si diceva del piano del divino nell’epopea omerica, testi sui quali vennero educati generazioni e generazioni di giovinetti antichi per inculcare loro i concetti di onore, patria, valore guerriero eccetera…  
Per quella mentalità greco-antica alla quale ancora si riferisce Omero (cfr. il primo ed il terzo articolo della serie “Il senso del limite”, in cui parlo della mancanza di assunzione di responsabilità personale di Agamennone e degli eroi omerici in genere), sono gli dèi a muovere, quindi ad esser causa, di sentimenti ed azione negli uomini: la grande tragedia nascerà proprio quando l’uomo si renderà conto di poter/dover scegliere, quindi di esser responsabile della sua scelta. 


La “voce” di Socrate non è invece “causa” delle sue passioni, dei suoi sentimenti: è una “voce” che richiama ad un qualcosa però di irrinunciabile, alla libertà dell’uomo di “de-finire” il senso della sua vera identità personale che Socrate scopre essere il mondo dei suoi “AMATI” valori interiori (morali). Questo è l’”amore” di Socrate: che è quel tipo di “amore” di chiunque ancor oggi difende un valore in cui crede e per il quale è disposto a sacrificare la vita, perché quell’ideale è ciò che alla sua vita dà un senso.

Quindi, dalla loro apparente distanza ed anche dalla loro per certi versi diversa mentalità, i Greci ci aiutano ancora a comprendere, a mettere a fuoco, ad indagare qualcosa di noi stessi. Osserviamone alcuni aspetti:

1) possiamo parlare di “passione” come di una “passione creativa”, “interesse travolgente”, “amore per un’idea - tutte forme di “entusiasmo” che rischiano di far fare la fine di “Ippolito”, che fu un “fan” di Artemide (ossia un “fanatico”). Ippolito NON è Socrate: Socrate muore per rispetto ad un ideale morale; Ippolito, dietro al rispetto per un’idea (rappresentata da Artemide), ha offeso, ha “strafatto”… Dietro quella tragedia, potremmo leggere il mònito che ricorda che ogni campo della vita (ogni “dio”, secondo i Greci) ha bisogno della nostra equilibrata attenzione: cosa più facile a dirsi che a farsi, per le persone autenticamente “appassionate”… L’ideale a cui i Greci disperatamente (erano in realtà passionali, impulsivi e litigiosi) aspiravano era l’Armonia, l’Equilibrio (… la pace). Ed Euripide, che guardava ormai gli uomini terreni e non gli ideali (teorici), fece morire il suo Ippolito: la tragedia di Ippolito è quindi la tragedia interiore di chiunque, per amore di una grande passione, rinuncia a tanto altro, perdendo !equilibrio” e “giustizia”, “patendo” e pagando la sua rinuncia e la colpa. Una grandissima lezione morale che possiamo cogliere, secondo me, proprio ponendola in rapporto al suo corrispettivo socratico: Socrate non è stato, dietro al suo amore per il suo senso di giustizia, “egocentrico”. Anche se ha “amato” e pagato anche lui con la vita, e per davvero. 

Qualcosa della lezione socratica sull”amore ideale” fu ereditato e sviluppato dal discepolo Platone, al quale dedicherò il prossimo articolo.

2) possiamo parlare di “passione” come di “passio”, sofferenza, un’accezione profondamente sviluppata dalla cultura cristiana: Gesù, per amore di Dio, patì il dolore (“Passione di Cristo”) e morì. Anche lui, che qui intendo come persona storica, morì perché non potè rinnegare questo suo amore che è “radice etica” del suo più profondo senso di identità, un principio profondo della propria coscienza. La figura di Gesù è già stata accostata all’atteggiamento socratico di fronte alla propria condanna a morte.

3) possiamo parlare di “passione” guardando cosa del concetto di “pathos” fecero Ellenistici e Romani, che filosoficamente cercavano la “saggezza” intesa come “distacco emotivo”, in altri campi: per esempio, nel teatro, nell’arte e poi, con Roma, nell’amore per giochi equestri e gladiatori alquanto violenti. Vi accennerò nell’ultimo articolo di questa serie.

4) possiamo parlare di “passione” come di “amore sentimentale/sensuale”, “furore ed ardore amoroso” nel un senso più fisico del significato di “erotico” (Eròs era il figlioletto di Venere, dèa dell’amore chiamata dai Greci “Afrodite”). Di questo tipo di amore, in Grecia parlò appassionatamente Saffo, poetessa lirica dell’isola di Lesbo (ascoltiamola dalla splendida voce di Monica Mainikka Mainardi:


Qui un altro link su alcuni testi tradotti delle sue poesie (http://www.la-poesia.it/antichi/greci/greci-saffo.htm). Saffo fu sacerdotessa e “direttrice” di un “tìaso”, associazioni religiose che si occupavano anche di educazione/formazione dei giovani: nel caso di Saffo, era aperta a giovani donne e dedicata al culto di Afrodite. Sulla pratica antica dell’esperienza amorosa “erotica” con persone appartenenti al proprio genere sessuale ci sono anche sul Web tante informazioni. Qui voglio sottolineare quanto questo tipo “amore” sia legato ad un “patire il proprio sentimento”, che condanna l’amante a non sentirsi libero, a sentirsi in qualche modo “legato”, quindi “dipendente” dal suo oggetto dell’amore: è il concetto di “amore/dolore” che, eredi del Romanticismo, noi siamo culturalmente più portati “istintivamente” a riconoscere con la parola “passione”.

4) possiamo parlare di “passione” come “amore platonico”, che è "estasi" (ex-stasis: stare fuori), quell'amore che aiuta a “trascendere” il proprio limite, di cui parlerò nel prossimo articolo per l'appunto. 

Cristina Rocchetto
(per accedere agli articoli precedenti, che richiamo nel testo, http://www.atuttascuola.it/collaborazione/rocchetto/index.htm)

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