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Le due facce del “senso del limite” e la categoria degli “Eroi” (1) - di Cristina Rocchetto

Ho scritto di recente due articoli sulla tragedia antica. Ho deciso di proseguire perciò il discorso riprendendo i lavori della mia rubrica “L’Angolo dei Tesori”, che sarà diviso sul portale didattico di “Atuttascuola” in tre diversi scomparti, così non si fa confusione.

Avverto qui anche dell’esistenza di una pagina Facebook  da me dedicata alla Grecia che ho aperto in contemporanea a due altre pagine, l’una dedicata a Roma, l’altra al Medioevo, dove saranno presenti i miei testi, i link agli articoli e varie segnalazioni a diversi contributi presenti in altre pagine Facebook dedicate alla diffusione culturale, motivate dallo stesso impegno appassionato che muove il mio scrivere. Per chi avesse accesso al sito di Facebook, do qui i tre collegamenti:

Vorrei cominciare ad introdurre qualcosa delle radici del pensiero dei Greci dal punto di vista di un loro concetto fondamentale: il concetto di “limite”, “confine”.

So che quanto leggerete è terribilmente difficile da cogliere, all’inizio: l'argomento riguarda in gran parte il discorso filosofico ed i suoi primi passi; lo ho diviso infatti in tre ondate. Rendiamoci però conto che riguarda temi che gli Antichi riservarono originariamente solo a persone “iniziate” ad un sapere segreto, poiché legato a quello che gli antropologi chiamano “il piano del sacro”: la lingua che è stata tramandata nei secoli per esprimerlo si è mantenuta una lingua “difficile”, misteriosa ed incomprensibile ai più; una lingua “settoriale” o d’élite. Bisogna fare quindi lo sforzo di rileggere e provare a “com-prendere” anche i termini che all’inizio sembreranno nuovi. Io qui cerco di trasmettere a parole mie quello che, sforzandomi con l’aiuto dello studio (che non è solo “lettura”) dei libri degli studiosi appassionati di questa stessa passione, ma anche della mia riflessione sulla vita (per la quale tanto ai Greci antichi io devo) e della mia rielaborazione personale della sintesi dei vari apporti, io posso passare “oltre” il mio piccolo “me”. Perché certe cose non sono vera ricchezza, né gioia, sinché non trovano modo di essere condivise.

Il limite di cui parlerò qui è un “segno” immaginario che potrebbe indicare due cose quasi diverse. Vediamole.

Da una parte, “limite” è quella linea che distingue il “de-finito” (diciamo pure “l’essere qualcosa”) dal resto. Mi spiego: quando io guardo una “tazza”, definisco questo oggetto implicitamente “distinguendolo”, “differenziandolo” da ciò che tazza “non-è”. Contemporaneamente, dire che “una tazza è una tazza” significa anche che essa “non-è” tutte le altre cose esistenti possibili. 
Non è difficile… lo sembra: sono le parole che inciampano l’una sull’altra.
L’essere “qualcosa”, quindi, “de-finisce”, “de-limita” quel “qualcosa” dal resto: stabilisce un confine, un limite, una linea di demarcazione. La radice della filosofia greca, ovvero della storia della filosofia occidentale, nasce esattamente da qui. Sia pure partendo da istanze e spunti che gli storici hanno rintracciato anche in Omero ed Esiodo (i primi cantori-scrittori, detti rapsòdi,  di cui possediamo opere):  di questo anche parleremo.

Il primo significato che potremmo individuare nel concetto di “limite” è quindi “limite= de-finire”.

Introdurrò il secondo significato così: le cose che esistono, oltre ad esistere, “occupano spazio”.
Ora i Greci, popolo guerriero diviso in una miriade di città-Stato in costante guerra tra loro, avevano questo grande problema che diventerà anche uno dei loro problemi morali fondamentali: per la loro mentalità, “occupare spazio” voleva dire non solo avere la colpa implicita di “essere”=  “essersi distinto dal resto”, ma anche quella di aver “tolto spazio a qualcun/qualcos’ altro”. Ogni cosa che esiste, per i Greci, “emerge” da qualcos’altro ed in quest’atto di “affermazione individuale” porta però il segno di una “colpa”: l’aver voluto “distinguersi” dal resto. Per questo, ogni cosa del mondo è destinata a morire o a deperire (dicevano): per pagare il prezzo della colpa di essersi voluta “distinguere”. Noi potremmo tradurne il pensiero notando che essi percepivano una tensione, in altre parole, tra “individualità” ed il resto (“mondo naturale” o “mondo umano=comunità sociale” che sia): questa tensione continua ancor oggi ad occupare la riflessione di molti teorici di Sociologia, Psicologia, Ecologia, Politica ed altre discipline che con essa prima o poi si trovano a fare i conti. Siamo alle radici…  

Ma da dove deriva questa riflessione, questa presa di coscienza per (molti di) noi tanto scontata da non riuscire a vedere il problema dell’uomo in rapporto al mondo se non attraverso questa dicotomia (soggetto/oggetto) al punto da essere spesso attratti (alcuni di noi) da filosofie geograficamente distanti per cogliere nuovamente il senso profondo dell’unità?  

Qualcosa del patrimonio mitologico (che i Greci assorbirono anche dalle civiltà limitrofe, intendiamoci) già accennava un interesse verso questa direzione. Nei miti si nota, per esempio, che tra la categoria del “divino” (il “non mortale”, l’eterno) e quella dell’ “umano” (il “mortale”, che è destinato a morire), i Greci interposero una categoria speciale: quella degli Eroi, esseri semidivini, la cui caratteristica precipua è per l’appunto il distinguersi dall’uomo comune per avere essi una particolare caratteristica (forza fisica, come nel caso di Eracle; ma anche altre caratteristiche: il coraggio, l’astuzia, l’arditezza, come Ulisse; l’invincibilità guerriera, come Achille eccetera…) ottenuta con il benestare, diciamo così, almeno di alcuni dèi.
Sono gli eroi a rappresentare l’azione della prima letteratura greca: gli eroi e non l’uomo comune; gli eroi, la cui azione è mossa, quindi giustificata, resa possibile, dagli dèi. Creando gli eroi, il pensiero dei Greci evita di affrontare all’inizio direttamente il problema dell’uomo e della sua libertà di scelta, ossia della sua responsabilità personale. A me almeno sembra così. Altrimenti mi sfugge il senso “razionale” di creare queste figure di semidei (ma possiamo aprire la discussione per uno scambio di opinioni sulla pagina).

In ogni caso, fermo per gli studiosi è questo dato: che Omero (o chi per lui: dire “Omero” per me è convenzionale, il mio interesse non punta su questo punto) ha utilizzato il mondo eroico per educare il popolo greco: l’epos (la poesia epica dell’Iliade e dell’Odissea) vuole dare e diffondere tra i Greci (politicamente divisi) modelli di riferimento per il comportamento da avere in guerra, per i valori su cui impostare le scelte di azione eccetera (oltre che per tantissime altre cose: l’epos è stato definito “l’enciclopedia tribale”, traccia di un più antico sapere tutto basato e tramandato sull’oralità).

Altro punto fermo per gli studiosi: per Omero ogni azione “eroica” sembra dipendere “nella realtà” (e qui ritroviamo la radice “potenziale” della distinzione filosofica tra “ciò che appare” e “ciò che è” su cui anche si è sviluppata una lunga tradizione di pensiero che non giunge troppo distante da noi) dall’influenza di uno degli dèi, che, non del tutto o sempre distinti quanto a raggio di azione, sembrano intervenire nel mondo e nelle battaglie seguendo simpatie ed alleanze sulle quali gli uomini possono fare qualcosa solo compiendo riti e sacrifici - il loro comportamento “giusto” e “rispettoso”(=”pio”) verso gli dèi significa essenzialmente questo.
Quindi il problema della responsabilità personale del singolo uomo non impegna né può impegnare Omero più di tanto, dal momento che l’uomo non è mai “solo”. Riflettiamo: tutta l’Iliade nasce dal problema della disputa tra Agamennone ed Achille, il quale, ferito nel suo senso dell’onore, si ritira dalla battaglia causando la morte di tanti “compagni” (l’esercito acheo – dei Greci micenei ai quali si riferisce l’epos – è composito: neppure gli Achei furono storicamente un popolo unito). Infine, Agamennone è costretto a chiedergli scusa: nel farlo, afferma di non aver colpa diretta della sua azione “fuori dal limite”, ma di essere stato in questo manovrato da un dio.

Omero quindi non affronta ancora il problema che diventerà il cardine di tutta una tradizione filosofica posteriore (pensiamo solo al dibattito sul “libero arbitrio”, difeso dai Cattolici, contro la tendenza deterministica di alcuni anche autorevolissimi rappresentanti  – S. Agostino in testa – del pensiero cristiano).
Aggiungerò man mano link di lavori audio o video interessanti all’argomento.
Intanto, metto il link dei primi versi dell’Iliade recitati da Monica Mainikka Mainardi, presente sia sul Web che su YouTube e da me più di una volta già segnalata.

Cristina Rocchetto

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