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Niobe e Ovidio - di Giovanni Ghiselli


Nel territorio del comune di Ciampino dentro la villa di Valerio Messala, uomo politico, scrittore e promotore di un circolo letterario dell’età di Augusto,  sono state trovate sette statue ispirate dal mito di Niobe e dei Niobidi, i suoi numerosissimi figli,  uccisi da Apollo e Diana per punire la prolifica donna che aveva offeso la loro madre, Latona, rinfacciandole che era stata capace di generare un solo maschio e una sola femmina.
Secondo Feuerbach,  Niobe rappresenta “la mater dolorosa dell’arte antica”. Molti scrittori, Omero, Eschilo, Sofocle, Ovidio,  Dante per nominare soltanto i sommi, diversi scultori, compreso Fidia, e pittori hanno raffigurato questo esempio di superbia e presunzione pagate con dolore pietrificante. Non voglio fare una rassegna delle ricorrenti presenze di Niobe in letteratura, più numerose dei figli di lei, ma commentare alcuni versi di Ovidio, un poeta collegato al circolo di Messala, e al potere di Augusto, gioiosamente prima, dolorosamente poi. Infatti, al culmine del  successo, il Sulmonese cadde in disgrazia, anche per un suo carmen, ossia per quanto aveva scritto, e, nell’8 d. C, sui cinquant’anni,  venne relegato nel confino di Tomi, sul mar Nero, nel luogo, allora barbarico, dove ora si trova Costanza con una statua del poeta sul lungomare. Non credo che questo onore lo consoli. Infatti vi morì addolorato una decina di anni più tardi, dopo avere cercato di farsi richiamare a Roma con elegie supplichevoli e piene di desolazione. Invano. Il potere non sopporta alcuna forma di indipendenza dello scrittore: Ovidio aveva osato irridere il moralismo di Augusto e degli intellettuali organici al suo regime che voleva restaurare gli antiqui mores con il matrimonio, la castità delle donne, la pietas, la  fides, la pudicitia,   mentre dilagavano il cinismo, l’adulterio, il tradimento e così via
Il nostro autore fu, secondo la definizione di Petrarca, un poeta  lascivus et lubricus et prorsus mulierosus (De vita solitaria 2,7,2), insomma un donnaiolo dissoluto. In effetti   nelle sue elegie aveva celebrato il cultus, la cura della persona, la libertà sessuale delle donne e degli uomini, perfino il libertinaggio. Arrivò a deridere la castità, tra l’altro. Ricordo solo l’irrisorio “casta est quam nemo rogavit”  (Amores, I, 8, 44), è casta quella cui nessuno ha fatto proposte. 
Venne dunque accusato di essere un maestro di immondo adulterio come scrive  lui stesso :"arguor obsceni doctor adulterii " (Ars amatoria, II, 212.
 L’imperatore aveva promulgato, in più riprese, leggi contro l’adulterio, e, sebbene lui, personalmente, in privato, lo praticasse di continuo, non poteva ammettere che un suo suddito, e quasi “cliente”, lo celebrasse.
Augusto, secondo Svetonio, faceva sesso più per calcolo che per libidine: andava a letto con le donne dei suoi nemici quo facilius consilia adversariorum per cuiusque mulieres exquireret " (Vita di Augusto 69), per indagare più facilmente i disegni degli avversari attraverso le mogli di ognuno di loro.
 L’erede di Cesare fa venire in mente l’atteggiamento ipocrita e supponente di certi politici nostri coevi che si dichiarano paladini del matrimonio monogamico, costituito da un maschio e da una femmina dediti l’uno all’altra per tutta la vita, mentre loro hanno divorziato almeno una volta e “tengono” più di una famiglia, e magari per questo si sentono anche autorizzati a rubare. 

Ma veniamo al mito di Niobe: un esempio  di ybris spietatamente punita.
 Ovidio lo racconta  nei versi 146-312 del VI libro delle sue Metamorfosi, un poema epico di quindici libri  che  narra in esametri la storia del mondo dall'origine all'età dell’autore attraverso una serie di episodi che hanno in comune il tema della trasformazione.
La filosofia del poema, composto fra l'1 e l'8 d. C. , è che tutta la natura è
imparentata con se stessa, che tutto scorre e ogni immagine si forma fluttuando :"Cuncta fluunt, omnisque vagans formatur imago" (XV,  178).

 Niobe dunque era orgogliosa della sua numerosa progenie. Era di origine Lidia, ma viveva a Tebe, la città tragica per eccellenza, di cui suo marito Anfione aveva eretto le mura muovendo le pietre con il suono della lira.
Ma la donna non era fiera di questo, né di essere figlia di Tantalo,  che aveva banchettato con gli dèi, e la nipote di Atlante che reggeva il mondo sulle spalle, bensì era orgogliosa dei propri figlioli difficili a contarsi: Ovidio gliene attribuisce quattordici; Omero “solo” dodici, Saffo diciotto, sempre metà maschi metà femmine.
Niobe può essere dunque presa ad esempio di donna che si realizza nella maternità, un modello assai fuori moda oggi, eppure tutt’altro che spregevole. Non depone a sfavore delle donne e della loro condizione il fatto che siano una minoranza nei vari parlamenti, quando sono in maggioranza nei luoghi dello studio e della ricerca e dal momento che hanno la facoltà esclusiva di metterci al mondo nutrendoci con il loro corpo. Il potere è spesso un nucleo di male che offende la vita. Basta pensare ai soldi sottratti ai pensionati per comprare  sottomarini e bombardieri.
La Niobe di Ovidio dunque si sente sette volte superiore a Latona che ha generato un settimo dei quattordici figli suoi, ossia soltanto Apollo e Diana.
E si proclama felix, fertile e felice, e  dichiara che lo sarà per sempre (felixque manebo, VI, v. 192).
 C’è da notare, tra l’altro che felix è etimologicamente imparentato con fecundus, fertile, con femina, con filius e con felicitas.
Infatti, come può esserci fertilità e felicità senza la donna?
Senza la donna non c’è nemmeno la vita.
  Le donne di Tebe, ingiunge la regina Niobe, non devono onorare Latona che si può considerare sterile in confronto a lei.  
I figli di Latona però, non erano due ragazzi qualunque, di quelli fiacchi e piagnucoloni, magari fannulloni disoccupati, ma erano figli di Giove, cioè dèi dal potere forte, mentre Tantalo, il padre di Niobe,  faceva oramai parte della mitologia inferiore ed era già caduti in disgrazia.
Opporsi ai poteri forti è molto pericoloso, spesso mortale. Basta pensare alle stragi nostrane.
 I due dunque promisero alla madre di vendicarla. Detto fatto. Scesero su Tebe, e Apollo si mise subito ad ammazzare, a uno a uno, con colpi di freccia i sette Niobidi, tutti belli e sani fino a quel momento, senza risparmiarne nessuno. Il padre loro, Anfione, si uccise, mentre la madre, la nostra Niobe, rimase stupefatta e sdegnata da tanta crudeltà. Quindi si gettò sui cadaveri baciandoli. Allora la regina prolifica si capovolse da segno di invidia a oggetto di compassione. E’ il ribaltamento dei ruoli che succede spesso nella pur brevissima vita degli uomini, ci insegnano i classici. Noi passiamo la vita sfilando mascherati in una processione, e ogni tanto cambiamo maschera e parte.  
Eppure Niobe non si piega, e grida a Latona che lei continua pur sempre a esserle superiore come madre, grazie alle sette figlie superstiti. A questo punto interviene Diana e comincia  a tirare le frecce sulle ragazze che stavano, vestite a lutto, davanti alle bare fraterne. E’ la volta del femminicidio.
Perché ho usato il tempo presente in queste ultime righe? Per imitare Ovidio che nel descrivere la strage, alterna i tempi passati con il presente, non per vezzo o stravaganza letteraria, ma perché vuole significare che certi fatti sono sempre attuali. Quante ragazze innocenti infatti vengono  ammazzate ancora oggi, non dall’ira degli dèi, ma dalla furia di maschi folli e feroci?
La madre cerca di salvare l’ultima, la più piccola, coprendola con il corpo e chiedendo a Diana di risparmiarla. Invano. Anche questa le viene uccisa.
Allora Niobe si irrigidì nello strazio e si fece di sasso, tutta, fin dentro le viscere: “ intra quoque viscera saxum est (VI, 309). Tuttavia piange (flet tamen, 310) e trasportata ove nacque, in Lidia, sul Sipilo, come pietra di forma umana, versa, e verserà per sempre, gocce di pianto sulle altre rocce della montagna.
Vedremo le statue romane che traducono in marmo questo mito, e intanto impariamo a non inorgoglirci troppo per i successi, e a non inabissarci nello sconforto per gli insuccessi: dobbiamo arrivare a capire quale ritmo regoli la nostra vita di uomini, lunga, cioè breve, come cento vite di foglie messe insieme  quando va molto bene

giovanni ghiselli  g.ghiselli@tin.it.

NOTE:
[1] Poema epico di quindici libri in esametri. Narra la storia del mondo dall'origine all'età contemporanea attraverso racconti che hanno in comune il tema della metamorfosi.  Fu composto fra l'1 e l'8 d. C.

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