Passa ai contenuti principali

La tragedia antica (2) - di Cristina Rocchetto

(segue il precedente) 
Sofocle superò il suo predecessore, Eschilo, per fama, e potrà stupire profondamente anche noi, se lo ascoltiamo bene. Sia di Eschilo che di Sofocle si sono conservate intere rispettivamente solo sette tragedie. La celeberrima di Sofocle è l’”Edipo re”, il cui mito di riferimento (l’incesto) servirà da base anche a Freud per le sue speculazioni sulla natura psicologica umana: anche io la ho scelta, insieme all’”Antigone”,  per parlarvene.

Edipo, in questa tragedia di cui io fornirò più di una versione, rappresenta lo spirito indagatore dell’uomo che non si ferma e non si accorge che andare troppo a fondo con le indagini a volte può costare sventura; qualcuno ha detto che questa tragedia potrebbe quindi essere considerata la prima opera dominata dallo spirito poliziesco della nostra cultura. La tragedia si basa inoltre su un affascinante gioco di opposti e contrari che richiama moltissimo le discussioni filosofiche precedenti al periodo di Sofocle (Eraclito, per esempio, vissuto un secolo prima), ma anche il relativismo dei coevi, quei Sofisti dissacratori di dèi: Edipo, quando “non sa” la verità della sua origine e del suo delitto, crede di vivere nella luce e di vedere le cose come sono “veramente”; quando poi scopre la verità e si acceca con le sue stesse mani, da cieco “vede di più” che da vedente; infine, l’uomo non può esser mai certo della verità, come dicevano appunto i Sofisti… Come tutte le grandi, grandissime opere, ognuno vi può leggere altre mille cose, intendiamoci. Io racconto ciò che soprattutto in quest’opera vedo io, al di là della bellezza e della potenza del resto.

Edipo non “sceglie” come Oreste: la vita, semplicemente, gli mostra pian piano come al destino non si possa sfuggire, come l’uomo sia piccolo di fronte al volere degli dèi, al Fato; come chi crede d’aver vinto la scommessa con la propria sorte e di essere un vincente potrebbe trovarsi schiacciato da cose che non può controllare. E’ per questo che questa tragedia ci può toccare ancora in modo potente: perché racconta di come l’uomo possa essere piegato, travolto da una serie di eventi di cui non ha vera e personale colpa; è la tragedia che ci mette di fronte alla nostra piccolezza umana e mortale; di fronte al destino di Edipo possiamo solo ammutolire, sperando che mai debba capitare a noi di trovarci colpevoli nostro malgrado di qualcosa di terribile e di cui, pur non avendo voluto, siamo apparentemente causa o alla causa abbiamo partecipato.
L’”Antigone” racconta di una giovinetta dall’animo fermo e risoluto, un’eroina che non compie che un unico gesto eroico: quello di mantenere chiaro il mondo dei suoi valori.

Antigone è una figlia di Edipo. La tragedia a lei dedicata sempre da Sofocle ci riporta nuovamente al problema della scelta, questa volta affrontato in maniera molto più intensa. Qui, infatti, la scelta non è tra due strade, come abbiamo visto parlando dell’ Oreste di Eschilo: la strada è una soltanto, ma con la coscienza che ciò costerà la propria morte. Antigone vuole seppellire il corpo di suo fratello, che ha combattuto contro la città di Tebe e che quindi è stato deciso dal re e dalla sua legge (una legge umana) sia lasciato insepolto. Non dare sepoltura ad un morto per gli antichi Greci era una cosa sacrilega: il primo dovere dei familiari era per l’appunto assicurare la sepoltura ai propri cari, primo dovere e segno, dimostrazione di rispetto e di amore. Antigone ama suo fratello: per lei non è solo questione di rispetto, il suo è un atto di amore profondo e, pertanto, irrinunciabile, anche se lei sa che ciò potrebbe costarle la vita.

Se ci sembra di parlare di valori lontani, di cose a noi estranee, rapportiamo questa sua condizione a quella, per esempio, di un genitore che abbia un figlio malato di tumore al cervello… operarlo potrebbe dire salvargli la vita; ma operarlo significa anche donargli una vita diversa… che fare? Oppure, pensiamo a chi si è trovato a dover compiere per un suo caro la scelta dell’eutanasia… Che fare?...  Antigone è questo: è chi sa di dover compiere una scelta difficile, ma che non può rifiutare di compierla per poter rimanere fedele a se stessa/o. Poiché è comunque condannata/o a morire: o come vivente, o come persona. Antigone sceglie di morire per continuare ad essere se stessa… Ecco ciò su cui Sofocle chiedeva ai suoi spettatori di riflettere: voi votate delle leggi, che sono leggi dello Stato… state attenti a non votare leggi che chiedano a voi stessi ed ai vostri concittadini di tradire le leggi degli dèi - che per noi sono in gran parte ciò che oggi diciamo “coscienza”. La coscienza si misura con il metro dei nostri valori più profondi ed irrinunciabili: cambiano con il tempo e lo spazio… ma non cambia la loro potenza… Per questo, guardare questa tragedia ancora oggi ha senso, e ha senso farla guardare, insieme alle altre, ai nostri ragazzi: per riflettere su di noi e sull’umano, come sapevano fare i cittadini di un mondo che continua a vivere finché noi lo porteremo dentro il cuore e ne continueremo a trasmettere la lezione a chi da noi viene e ci ascolta…  

Delle 17 opere di Euripide, il terzo grande tragico, non ho potuto non scegliere la “Medea”, di cui segnalo varie versioni, stupende a loro modo tutte quante. Difficile non sapere chi è Medea: Medea è un essere umano tradito che, per colpire chi la ha profondamente colpita - nello specifico, il suo uomo - decide di uccidere i suoi stessi figli. Potrei dire che quest’opera richiama oggi tanti fatti di cronaca. Ma non è per la cronaca che la ho scelta, e neppure per la fama. Vorrei infatti dire quello che io associo a questo personaggio potente, tremendo, senza ripetere cose belle, grandi ed importanti dette da tanti prima di me.

Si parla tanto di amore, ed in questi giorni ho anche io riflettuto sulla potenza ed il significato di questo sentimento. Qualcuno chiedeva che differenza c’è tra “amare” e “voler bene”. Io ho risposto con una riflessione che riporto interamente, correggendola, anche qui.

In alcune lingue, prendiamo l'Inglese, non esiste differenza per esprimere il nostro sentimento per l'altro: in ogni caso, si dice "to love". In Italiano, come in Tedesco ed in altre lingue, la distinzione vien fatta anche a livello di linguaggio, che è spia di una riflessione particolare a riguardo.
In generale, "amare" mi sembra il verbo di un sentimento che porta ad "uscire” da sé, a superare il proprio limite, o ad essere invasi dal desiderio, dal sentimento dell'altro, con en-tusiasmo (la radice di questa parola significa "essere posseduti dal divino"), che è gioia e dolore al contempo; è comunque un sentimento che "porta fuori", che appunto è mescolato a desiderio, ad un movimento che, nei casi più famosi della nostra letteratura, per esempio Dante, potremmo dire "di elevazione sopra-naturale=sopra la nostra natura di uomini".

“Voler bene” significa volere il bene dell'altro: è un sentimento altrettanto profondo, ma più concentrato sull'altro, non inteso, ora, come oggetto d'un desiderio, d'una passione… come “oggetto”… che non pochi tentano di “assoggettare” al proprio desiderio… La differenza, quindi, non la pongo nell’oggetto del nostro “amore”, ma nel momento del nostro sentimento: a seconda dei momenti, delle condizioni, dello stato d'animo, possiamo “amare” un figlio, il nostro prossimo, un partner, così come possiamo loro “voler bene”. Chiunque sia l'oggetto di un amore puro, che eleva, può suscitare in noi un sentimento appassionante, lì dove per "amore" non si intende semplicemente un desiderio puramente fisico che nel fisico trova la sua soddisfazione, ma il contrario. Da ricordare, a tal riguardo, tra i filosofi innanzi tutto Platone, che di questo tipo di “amore che eleva” ha molto parlato.

“Volere il bene dell'altro” è un momento di maturità, un momento che può essere meno "entusiasmante" a livello di "passione", ma che ci permette di mettere per un attimo da parte le nostre pulsioni per "accogliere" l'altro nei suoi bisogni umani: volendo bene, permettiamo all’altro di essere soggetto che chiede, mentre “amando” siamo noi a chiedere, e l’altro è, sebbene immenso, rispetto a noi il nostro complemento (oggetto). Quindi un grande amore, a mio parere, è fatto di entrambi questi momenti: il momento dell'"uscita da noi" ed il momento dell'accoglienza dell'altro. Entrambi i momenti ci aprono l'anima, per farci "salire" e per farci "entrare", per avere e per dare. L'aspetto fisico dell'amore è, in tal senso, solo una delle espressioni in cui esso può essere espresso, non necessaria e non sempre ricercata, come sapevano i grandi mistici, la letteratura medievale, grandi filosofi e tanti di noi, amanti o genitori...

Detto questo, però, aggiungo un’altra parte alla mia riflessione sull’amore che mi porterà a tornare sulla Medea della tragedia di Euripide. L’amore porta a superare il nostro limite, va bene. Ma, superandolo, non dobbiamo mai andare tanto oltre da rinunciare a qualcosa che fa parte della nostra identità e dei nostri principi più veri: amando, non dobbiamo tradire noi stessi. Medea ha tradito se stessa: per salvare Giasone, ha tradito suo padre, la sua gente; ha ucciso suo fratello e ha lasciato la sua terra, diventando una “straniera” in una terra diversa che non le riconosce lo status e non l’accetta né la comprende, che non la integra socialmente. Medea ha amato “troppo”. Quando si ama così, ciò che si perde dentro di noi lascia un vuoto insaziabile: è allora che si diventa dipendente dall’altro/a, che ci si aspetta qualcosa… Ed è allora che, non avendolo, si può veder trasformato l’amore in odio profondo. Medea, al di là del gesto che non tutti sarebbero capaci di fare ma che qualcuno purtroppo fa, è lì per ricordarci questo: una lezione di amore che ci può far riflettere ancora oggi che non sediamo su gradoni di pietra tutti insieme, a teatro - e meno male, se è vero che le donne non erano ammesse, poiché di esser donna c’è chi va fiera…

Medea ci parla anche della condizione della donna, del pregiudizio greco contro l’essere femminile: lei, in più, è pure straniera, quindi assomma in sé due condizioni di svantaggio sociale che sono terribili e che Pasolini, autore verso il quale io nutro un’ammirazione problematica, sicuramente ha saputo esprimere nel film che vede Maria Callas come protagonista e che non ho potuto non segnalare, visto che si trova intero su YouTube.

In generale, è Sofocle che viene considerato l’apice della tragedia antica. Euripide appartiene ad una generazione che, piano, la vedrà dimenticare. La tragedia finisce quando finisce la democrazia, quando al cittadino non si chiede più di pensare, di riflettere, perché non gli si chiede più di scegliere. Tutto ciò che seguirà sarà essenzialmente “dramma”, sempre più macabro e ornato da effetti sempre più speciali, trovate sempre più sorprendenti, storie sempre più patetiche. Ma non sarà più quella grande tragedia di un tempo che noi abbiamo la fortuna non solo di leggere, ma anche e soprattutto di vedere ancora rappresentata: perché la tragedia non fu concepita per la sola lettura e bisogna vederla, trasformarla di nuovo in “theoria”, nel senso anticipato nella prima parte di questo lungo articolo.

Passo quindi ai suggerimenti che spero risulteranno graditi.

Di Sofocle vorrei segnalare due grandi interpretazioni dell’”Edipo re”: una, la tragedia completa, recitata a teatro, in 12 parti. Collegamento alla prima: http://www.youtube.com/watch?v=a_iUhvKwLUc (poi andate avanti voi ); l’altra, interpretata dal grandissimo Vittorio Gassman, è sempre recitata come opera teatrale, ma per la televisione e con l’ausilio di questo mezzo. Io trovo interessantissimo vederle entrambe. Questa è in 8 parti. Collegamento alla 1: http://www.youtube.com/watch?v=TtBkz4g4ozY  (poi andate avanti voi).
“Antigone”, con grandi interpreti, opera completa al link http://www.youtube.com/watch?v=xZAYDhqBtmM )

Di Euripide, la “Medea” nuovamente in più versioni, che consiglio tutte.
"Medea" (1957. tragedia completa in due parti, con la grande Sarah Ferrati, presente anche in alcuni link precedenti. Collegamento alla prima: http://www.youtube.com/watch?v=L1juT4BFids ).
"Medea" con Mariangela Melato (tragedia completa http://www.youtube.com/watch?v=Mf2cGaoqXNo )
"Medea" di Pierpaolo Pasolini, con Maria Callas (film che rivisita tutta la vita del personaggio e non solo il momento fermato da Euripide nella sua opera: completo http://www.youtube.com/watch?v=uqhofLcIsD0).
Buona visione!

Cristina Rocchetto

Commenti

  1. Inserisco qui a nome di una mia stimata e cara amica, Maria Assunta Scannerini, insegnante di lettere ed amante della letteratura, il suo interessante contributo, nella speranza, da lei condivisa, che possa servire da stimolo a chi legge per avvicinarsi allo studio della cultura dai diversi punti di vista che quella cultura ci ha regalato:
    __

    Quanto è argomentato in modo interessante ed efficace da Cristina è confermato da un famosissimo Carme del poeta latino Catullo, nel quale il Poeta cita i due volti dell'amore: l'"amare", che lo rilega al livello della passione terrenea, e il "bene velle", che, riunendo i sentimenti amorosi più elevati, lo nobilita e lo eleva ad una sfera più alta.

    Dicebas quondam solum te nosse Catullum,
    Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem.
    Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam,
    sed pater ut gnatos diligit et generos.
    Nunc te cognovi: quare etsi impensius uror,
    multo mi tamen es vilior et levior.
    "Qui potis est", inquis? Quod amantem iniuria talis
    cogit amare magis, sed bene velle minus.

    A quel tempo dicevi, Lesbia: per me non c'è che Catullo,
    neanche Giove vorrei al posto suo.
    A quel tempo t’amavo non come la gente un’amante,
    ma come un padre ama i figli, ama i generi.
    Adesso ti conosco. Per questo se brucio di più,
    mi vali molto meno. Mi sei molto di meno.
    “E’ tanto strano”. Ma un’offesa così ti costringe
    ad amare di più e a voler meno bene.
    (Catullo, Carme LXXII, traduzione di Enzo Mandruzzato)

    Maria Assunta Scannerini

    RispondiElimina

Posta un commento

Post popolari in questo blog

Un quiz al giorno per il Concorso Dirigenti Scolastici 2015

Da oggi fino alla prova preselettiva sulla seguente pagina facebook un quiz al giorno per il Concorso Dirigenti Scolastici 2015 (bando previsto entro fine marzo, secondo il decreto Milleproroghe), ogni giorno alle ore 9.  La soluzione verrà pubblicata almeno un giorno dopo. https://www.facebook.com/nuovoconcorsodirigentiscolastici

Il mattino, da "Il giorno" di Giuseppe Parini - vv. 1-169 - di Carlo Zacco

5 10 15 20 25 30 35 40 45 50 Giovin Signore, o a te scenda per lungo Di magnanimi lombi ordine il sangue Purissimo celeste, o in te del sangue Emendino il difetto i compri onori E le adunate in terra o in mar ricchezze Dal genitor frugale in pochi lustri, Me Precettor d'amabil Rito ascolta.     Come ingannar questi nojosi e lenti Giorni di vita, cui sì lungo tedio E fastidio insoffribile accompagna Or io t'insegnerò. Quali al Mattino, Quai dopo il Mezzodì, quali la Sera Esser debban tue cure apprenderai, Se in mezzo agli ozj tuoi ozio ti resta Pur di tender gli orecchi a' versi miei.     Già l'are a Vener sacre e al giocatore Mercurio ne le Gallie e in Albione Devotamente hai visitate, e porti Pur anco i segni del tuo zelo impressi: Ora è tempo di posa. In vano Marte A sè t'invita; che ben folle è quegli Che a rischio de la vita onor si merca, E tu naturalmente il sangue aborri. Nè i mesti de la D…

Elogio di Galileo dall' Adone di Marino - di Carlo Zacco

Marino - Adone Canto X - ottave 42-37 Elogio di Galileo
42 Tempo verrà che senza impedimento queste sue note ancor fien note e chiare, mercé d'un ammirabile stromento per cui ciò ch'è lontan vicino appare e, con un occhio chiuso e l'altro intento specolando ciascun l'orbe lunare, scorciar potrà lunghissimi intervalli per un picciol cannone e duo cristalli. - Impedimento: ostacolo;  - note: caratteristiche;   note: conosciute e comprensibili: paronomasia;    mercé: grazie a;    - intento: attento;  - specolando: osservando;  - scorciar: abbreviare; 43 Del telescopio, a questa etate ignoto, per te fia, Galileo, l'opra composta, l'opra ch'al senso altrui, benché remoto, fatto molto maggior l'oggetto accosta. Tu, solo osservator d'ogni suo moto e di qualunque ha in lei parte nascosta, potrai, senza che vel nulla ne chiuda, novello Endimion, mirarla ignuda. - per te: per opera tua;  - fia l’opra comp…