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"Reality" di Matteo Garrone - di Giovanni Ghiselli



Ho visto Reality, il film di Matteo Garrone, molto bello. Ripresenta il mito  della caverna, ambientandolo nella  Napoli di oggi.
 Al’inizio del VII libro della Repubblica, Platone racconta che degli schiavi chiusi in una caverna, con le gambe e il collo in catene, in modo che devono stare fermi e guardare solo davanti a sé, vedono sulla parete di fondo dell’antro solo ombre riflesse da un fuoco che si trova dietro le loro schiene.
Le ombre  sono proiezioni   di oggetti portati sulle spalle da altri uomini che sfilano dietro un muretto situato tra il fuoco e gli incatenati.
Gli aggeggi che sporgono oltre il muro non sono cose reali ma utensili di ogni genere, riproduzioni in pietra e in legno di animali e ogni sorta di arnesi fabbricati (515c).  

Ebbene, i vari grandi fratelli proposti dalle televisioni presentano una situazione del genere senza denuncia o biasimo nei confronti di tale adulterazione e soffocamento della vita, anzi il triste e volgare artificio viene reso attraente a menti sprovvedute che, uscendo dal mondo reale, ed entrando in quello cupo e fasullo della caverna, credono di realizzare un guadagno, una promozione, un’ascesa socio-economica. Si tratta ovviamente di poveretti, disgraziati prima di tutto mentali.

Platone procede  raccontando che se uno di questi schiavi venisse sciolto dalle catene, e fosse costretto a muovere il collo, ad alzarsi, a uscire  dal buio della caverna, in un primo tempo rilutterebbe, confuso e abbagliato , ma un poco alla volta  abituerebbe la vista a vedere prima gli oggetti artificiali, poi le cose reali, poi la stessa luce del sole. A questo punto si riterrebbe felice per il cambiamento e proverebbe compassione per quelli rimasti dentro, i disgraziati schiavi che conferivano encomi e onori a chi distingueva più acutamente gli oggetti trascorrenti, ricordava in ordine la serie dei precedenti o era più bravo a indovinare i successivi.
Non sembra che Platone alluda profeticamente a certe trasmissioni televisive? Trasmissioni nemiche dell’umanità. Hanno compiuto un “genocidio culturale”, come denunciava Pasolini che è stato ammazzato.

Se il prigioniero liberato, continua il filosofo ateniese, tornasse nella caverna e ricominciasse a gareggiare con gli altri a proposito delle ombre, gli incatenati lo deriderebbero dicendogli che ha la vista rovinata, e ammazzerebbero chi cercasse di sciogliere anche loro.

Nel film di Garrone il protagonista è Luciano, un uomo con un  una moglie che gli vuole bene, dei figli, e una piccola pescheria di sua proprietà dove lavora con un collaboratore amico. Fa una vita  modesta ma abbastanza dignitosa, a parte qualche piccolo imbroglio, e, soprattutto, vive la vita sua. Sedotto dalla prospettiva dell'ingresso nella tana spiata e teletrasmessa a tutte le ore, perde la propria identità. Spera di trovarne una superiore partecipando a quella trasmissione di vite falsificate.
Sogna di ricavarne visibilità delle sue doti, e successo. Anche se ottenesse questo scopo, correrebbe il rischio di perdere l'identità che è il bene più prezioso di ciascuno di noi. Il successo infatti, ha scritto Pasolini, è " una vita mistificata dagli altri, che torna mistificata a te, e finisce col trasformarti veramente". Ma l'agognato ingresso nel covo del grande fratello, a Luciano non riesce, e siccome aveva puntato tutto su quella via sbagliata di elevazione, diventa pazzo e manda tutto in rovina. Il film si conclude con la follia del disgraziato che è riuscito a intrufolarsi di soppiatto in quell'ambiente artificiale e, dopo avere spiato gli attori prescelti, si stende su un giaciglio plastificato e tra prolungate risa dementi guarda verso un buco o una trasparenza del soffitto filmato dall'alto dalla macchina da presa che si allontana da quel carcere cieco, una tomba per persone morte spiritualmente.
L'attore, Aniello Arena, è un ergastolano che di prigioni se ne intende. E' molto bravo e con il proprio percorso può incarnare la catarsi operata dalla tragedia.
Il tema, già trattato, con tutt' altro finale, nel film Truman Show, è ancora  attuale. Il motivo di fondo di tali pellicole è la denuncia dell'adulterazione, corruzione e peste morale che queste trasmissioni possono attaccare ai caratteri deboli, alle teste già intronate e confuse dalle menzogne pubblicitarie, alle menti che non hanno la difesa della cultura, della tradizione, del buon gusto. La scuola dovrebbe costituire un antidoto a certe porcherie. Ma succede il contrario: cioè che sono tali porcate a inghiottire la scuola.
Racconto in breve un episodio che mi riguarda. Me ne scuso, ma lo faccio perché concerne l'argomento assai da vicino.
Questa primavera venni contattato da un produttore il quale intendeva dare vita a un reality dove si doveva mostrare una classe di ragazzi che, respinti o allontanatisi dalla scuola statale, vengono preparati all'esame di maturità. Ero curioso e attirato, non dalla rinomanza che poteva derivarmi dal partecipare a questo progetto, ché anzi rischiavo di ricavarne piuttosto una certa infamia, almeno nell'ambiente accademico, ma ero spinto dall'idea di rendere fruibili a un pubblico vasto i miei decenni di studio, mettendo a disposizione di una trasmissione televisiva  le lezioni e le conferenze che da alcuni anni vado facendo in giro per l'Italia. Pensavo di poter contribuire a raffinare il reality. Ero stato segnalato da un regista bravo che aveva apprezzato la mia preparazione nelle lettere classiche. Andai dunque a Roma per  esporre una introduzione a  Ovidio, un autore che come maestro del gioco amoroso, poteva attirare allo studio del latino anche dei giovani non molto abituati allo studio.  Poco dopo l'esordio, venni interrotto perché, mi dissero, ero bravo, ma usavo un linguaggio troppo difficile. Tornai a Bologna pensando che non ero adatto all'ambiente né l'ambiente si confaceva a me.
Senza dispiacere né rancore. Anzi, una collega e amica mi scrisse che la sua stima di me era aumentata in seguito a quel risultato.
Pensai che comunque, anche senza di me, potevano fare una trasmissione utile a dei ragazzi poco studiosi.  Ora leggo però un articolo del quotidiano il Fatto che mi induce a cambiare idea e a congratularmi per non essere stato preso come docente. Il pezzo, del 5 ottobre, è firmato da Malcom Pagani. Ne riporto alcune frasi: "Quanta gente che vi ingiuria, quanta gente che vi attacca, solo perché non vi piace la patacca". Ovazione…Il dottor Checco Zalone "diplomato in cazzatologia" e laureato in giurisprudenza conosce l'inalienabile diritto all'ironia". Questo, nelle previsioni degli autori dovrebbe piacere più del mio poeta di Sulmona, il mulierosus Ovidio.
E, probabilmente, anche questo: "Edoardo Camurri, docente di Storia e Filosofia che racconta la Critica della Ragion Pura come un giallo, traveste Kant da Durrenmatt, organizza partite di calcio tra Grecia e Germania in cui si sfidano Platone e Goethe, e in palio, mette un libro".
Non credo che gli studenti scesi in piazza a protestare in questi giorni a Roma, a Torino, a Milano, a Venezia chiedano questo. Comunque insegnare in quel reality non si addice a me. Il produttore ha visto giusto escludendomi e risparmiandomi.
Giovanni Ghiselli  g.ghiselli@tin.it

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