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Donne vittime di abusi: storie di negligenza, indifferenza, incompetenza

Lo scorso sabato mi è capitato di guardare alla televisione il programma "Amore criminale". Era raccontata la storia di un delitto veramente annunciato: la storia di una donna di Matera (Basilicata) che, dopo anni di violenza, di percosse ed un tentato omicidio addirittura da parte del suo ex convivente - sempre regolarmente denunciato ma finito in galera solo per qualche mese, poi agli arresti domiciliari - è terminata, come previsto dalla famiglia di lei, con lei pugnalata e riversa sull'asfalto in maniera definitiva.
Il programma si è concluso con il ricordo di una orrenda statistica: più di 120 donne morte ammazzate dai loro ex in Italia nel solo ultimo anno. A quel punto, una voce ci suggerisce ciò che si deve fare quando si subisce violenza: denunciare...
Tutto tornerebbe, senonché, come conclusione di questo particolare caso, l’esortazione francamente suona come una stridente presa in giro: "denunciare" che cosa...? Non lo aveva fatto abbastanza questa ragazza di 27 anni, tre figli, e per anni? Non è andata regolarmente dai carabinieri a mostrare lividi e sangue, continuando anzi a subire violenza proprio perché non ha mai voluto ritirare le sue denunce? Come mai non si è mosso nessuno? Dove stavano i servizi sociali? Eppure, dal tentato omicidio di 5 anni prima, questa giovane si era salvata per miracolo, rimanendo invalida al braccio destro… Per questo tentato omicidio, l’uomo ebbe 6 anni di condanna alla reclusione, ridotti poi a 18 mesi effettivamente trascorsi dietro le sbarre ed il resto scontato agli arresti domiciliari… purtroppo, però, in un luogo di residenza a poche centinaia di metri dall’abitazione della ragazza e dei suoi figli - ovvero della madre di lei, da cui lei, disoccupata ed ormai anche in parte invalida, risiedeva.
Storie così non possono e non devono passare inosservate: non si tratta, in questi casi, di violenza consumata tra le mura domestiche dove vergogna, paura ed omertà soffocano il coraggio di far valere il proprio diritto alla tutela e difesa della propria incolumità! Questo è un caso, invece, dove palesemente si vede come mai tante donne non arrivano a denunciare chi fa loro del male: non lo fanno, perché hanno poca fiducia che il farlo porti davvero a qualcosa, e troppa paura che invece il gesto si ripercuota contro di loro nella forma di una rancorosa vendetta e, perciò, di un peggioramento concreto della loro situazione. Quindi, anziché terminare il programma sull’epilogo riguardante la vita di questa giovane, a me sarebbe piaciuto sapere e capire cosa hanno detto coloro a cui lei si era ripetutamente rivolta pensando rappresentassero autorevolezza e giustizia… Non l’hanno presa sul serio? Avevano concreti motivi per ritenere che questo signore non l’avrebbe disturbata mai più?... E’ possibile?...
La storia di una vita umana brutalmente interrotta deve valere qualcosa anche per il resto del suo gruppo di appartenenza sociale: facciamo in modo che questa giovane vita stroncata perlomeno rappresenti per noi l’opportunità di una riflessione. Per esempio, io chiedo: oggi, a neppure un anno da questo delitto avvenuto lo scorso dicembre, una donna che a Matera, o in generale in Basilicata, o anche a Milano, per dire, subisca violenza e la denunci, cos’altro deve fare per non vivere nel terrore di essere assalita da chi ha denunciato? Non è uno smacco, un sopruso ulteriormente subito da questa giovane l’aver visto il suo ex condannato sì, ma agli arresti domiciliari, dopo averle tentato di toglierle la vita già accoltellandola - e davanti ad uno dei figli: ad un arresto, vale a dire, a pochi metri dall’abitazione in cui lei viveva, situazione che ha condannato anche lei, la vittima, a sentirsi e sapersi continuamente osservata dallo sguardo ossessionato dalla gelosia di un uomo che, a causa delle tremende percosse subite, lei aveva tentato di allontanare dalla sua vita? E’ possibile, in una società civile, sentire che queste cose succedono?
Anni fa sono venuta a conoscenza di una storia che mi ha colpita molto e che mi ha legata alla famiglia di Carmela, in particolare al papà, Alfio Alfonso Frassanito con il quale sono oramai in regolare contatto per scambio di opinioni ed idee su progetti da attuare. Come ho scritto altrove, Carmela era una ragazzina di 13 anni: era uscita di casa, probabilmente sbattendo la porta come fanno tanti suoi coetanei, in seguito ad una sgridata ricevuta dai suoi genitori per cose di scuola.... in quale famiglia non capita? Deve essersi avventurata dove non avrebbe dovuto; o essere stata avvicinata da chi non avrebbe dovuto incontrare. Violentata da un branco, si è trovata di colpo proiettata nel mondo dell'ingiustizia adulto, strappata alla sua famiglia ed inserita, sola, in quello dell'incompetenza - sempre adulta. Non ha retto, ed è morta suicida gettandosi (o cadendo perché intontita dai farmaci, non è chiaro) da un balcone del luogo dove era stata rinchiusa per essere "curata" dal trauma con farmaci evidentemente troppo pesanti. Il 4 novembre è stata una data importante per la sua famiglia: quel giorno si è tenuta a Taranto, città dove la piccola ha vissuto la sua tragedia, la presentazione del libro sulla sua storia scritto dal padre Alfio, il quale ha anche ormai da anni fondato un’associazione, “Io so’ Carmela”, attorno alla quale per l’appunto orbito pure io. Tra gli obiettivi di questa associazione, spero non una delle poche in Italia, c’è anche quello della lotta al disservizio, quindi all’incompetenza, alla negligenza ed all’indifferenza che collegano i vissuti di tanti umani, in particolare donne e minori, uccisi NON da eventi imprevedibili, ma dal coagularsi di situazioni attorno a loro che ne hanno soffocato la voce peraltro determinata a farsi ascoltare. Sia la ragazza di cui RAI3 parlava ieri che Carmela sono state persone convinte che denunciare un abuso tra l’altro dimostrabile – dei tanti abusi psicologici consumati in famiglia di cui chi li subisce non può esibire prove evidenti parlerò in altra occasione - fosse il primo passo verso il riconoscimento di una giustizia obiettiva e protettiva nei loro confronti. Questi, gli epiloghi delle loro storie: due vite spezzate. Queste morti rappresentano quindi un esempio del tradimento che organi preposti e mantenuti per tutelare la salute, la vita e la giustizia del cittadino compiono contro la comunità e contro i loro stessi doveri. “Controlliamo i controllori” è uno dei progetti di azione di “Io so’ Carmela” che mi auguro vada davvero avanti…
Cristina Rocchetto (educatrice e consulente pedagogista)
PS: Su Facebook sono stata contattata da Paola, la mamma di Monica Da Boit, un'altra ragazza che ha perso la vita a causa (dei violenti pugni e calci) del compagno, presto libero.Un omicidio che è costato solo 14 anni di carcere. So di non poter fare l'elenco di tutte le vittime di questa brutale violenza... ma vorrei ricordare anche lei. Per informazioni, https://www.facebook.com/topic.php?uid=92759657564&topic=10542 e http://gazzettadimantova.gelocal.it/cronaca/2007/09/25/news/indulto-per-l-omicida-di-monica-da-boit-1.69399

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