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Dare amore a chi non lo ricambia è un atto di “beneficenza”? - di Cristina Rocchetto

Ho partecipato recentemente ad una interessante discussione tra amici. Il tema della medesima era l’affermazione “nell'amore non si può solo dare: se non si riceve mai nulla, si fa solo beneficenza”. Sia l’affermazione che la sua ricezione hanno sollevato il mio interesse. Curioso, ho affermato io, pensarla così. La mia posizione contraria sembra essere rimasta solitaria in quel contesto.
Ognuno, naturalmente, ha il diritto alle proprie opinioni. Io rimango della mia, di cui sono fermamente e coerentemente convinta. Tra l’altro, la mia posizione ha profondamente influenzato le mie scelte in termini di rapporti con la mia famiglia d’origine ed i miei partner, incluso il mio ex marito ed il padre di mio figlio, dunque la sento in maniera molto particolare.
Personalmente ed in generale, io credo che ogni esperienza del dare e del ricevere, ma anche del dare apparentemente senza ricevere – ovvero senza ricevere ciò che ci aspettavamo - ci offre un'opportunità di crescita; e, sempre personalmente, sono convinta che noi diamo sino al momento in cui il nostro dare non ci riflette più. D’altronde e sempre in generale, sono anche convinta che esistano delle forme di vita di relazione che si mascherano con il verbo "dare" e che soffocano, proprio perché in realtà "chiedono" più o meno tacitamente in cambio ciò che l’altro/a non sa, non può e non ha intenzione di dare... Queste forme d’amore sono ambigue e si ritrovano in vari tipi di rapporti: tra genitori e figli (e viceversa), tra amici, e nella vita di relazione di coppia.
Io credo che finché si ama l'altro senza tradire se stessi (e viceversa), esista un flusso di energia che fa star bene entrambi; se il flusso non c'è, entra in causa una questione di dignità personale: perché ci si trova coinvolti in una relazione che sembra essere solo a senso unico? Non sono questi i casi in cui si suggerisce ad una persona di farsi una chiacchierata da uno psicologo?...
In ogni caso, mi sembra che chi non ha autentica stima di sé e/o stima dell’altro non dà né sa ricevere amore “vero”…. "Amare per beneficenza” può davvero mai significare "AMARE"? Ama per “beneficenza” la persona matura che si mette con il/la giovane indigente? Ama per “beneficenza” la persona che crede d’amare “troppo”? Ama davvero chi si svena per l’altro/a?... Chi pensa all’altro/a in maniera ossessiva? Chi continua ad offrire presenza (più o meno accolta e ricercata dall’altro/a) sentendo però di non avere non dico un “tornaconto” – parlare di amore in questi termini mi sembra davvero inopportuno – ma una risposta che faccia circolare “energia”? Esiste davvero un amare “troppo” (non cito il libro da questo titolo)? Mah!... E chi è che stabilisce quanto e chi ha dato, da una parte e dall'altra, in una relazione, senza ricevere mai?
Stare insieme a qualcuno non vuol dire mai assumere il ruolo del/la "missionario/a". Io almeno ne sono convinta: c'è sempre un motivo per cui stiamo con delle persone per il tempo in cui ci stiamo, e mi sembra davvero molto "materialistico" e poco dignitoso (per l'altro, ma anche per se stessi) metterla sul puro piano della "beneficenza": è come dire che da quella persona davvero non hai ricevuto nulla, che gli/le abbiamo "concesso" qualcosa in pura perdita... quale presunzione, dal mio punto di vista, metterla così…. Per me, se da un lato si crede di fare la parte del/la "buono/a", l'altra faccia della medaglia è quella di chi ha seri problemi con se stesso/a e con gli altri. Se il tuo dare lo consideri “inutile”, perché lo dai? Dire “per beneficenza” è qualcosa che svilisce davvero l’altro/a, o svilisce te stesso/a in primis? Guardate, si sta parlando di rapporti di amore… chi è che non si degrada, nel momento stesso in cui afferma di aver avuto una relazione sentimentale, dunque anche sessuale (almeno, solitamente è così) concludendo che lo ha fatto “per beneficenza”? E l’altro/a… dov’era, in quei momenti?...
Certo, non è sempre detto che ciò che si riceve collimi con ciò che cerchiamo noi: per questo le storie d’amore finiscono e/o che spesso non si risolvono neppure in vere storie “d’amore”… E’ davvero solo “colpa” dell’altro/a, se non ci corrisponde come avremmo desiderato? In psicologia, a dire il vero, a questo punto si parla di "proiezioni"...
Così, si arriva alla fine della relazione: quello è il momento in cui, spesso e naturalmente, ci si dimentica ciò che si è ricevuto ed anche, talvolta, si dimentica il senso stesso del proprio rapporto: un senso che talvolta si riscopre con la riflessione “a freddo”, un po’ di tempo dopo. Ma definire tutto questo nei termini di “conto”, “beneficenza” ed “investimento” mi sembra un linguaggio fuori contesto: chi “investe” amore, si aspetta qualcosa al di là del presente e della persona dell’altro, al di là del cambiamento a cui siamo tutti esposti: la vita va avanti, non è detto che due persone riescano a percorrerla insieme a lungo; non è purtroppo neppure detto che due persone convinte di essersi incontrate e riflesse l’uno nell’altra lo abbiano in realtà fatto mai... E neppure tra genitori e figli, tra familiari, tra amici, può darsi sempre questa fortuna.
Personalmente, in nome della mia dignità, non ho mai pensato di aver amato per “beneficenza” né di aver mai ricevuto la beneficenza dell’altro; ho pensato, è vero, di avere “sbagliato”, e ho riflettuto, in quei casi, assumendomi le mie responsabilità, sui motivi che mi avevano portato a fare quelle scelte relazionali. Ho concluso e concludo che però ogni tassello della mia vita ha contribuito a farmi diventare quella che sono, anche quelle scelte apparentemente “errate”. E se anche ho pensato, e penso, che alcune persone non hanno (talvolta in modo dolorosamente umiliante per me stessa) meritato il mio tempo, è un dato di fatto che quel tempo, per un motivo o per l’altro, io lo ho dato loro, scegliendole: le ragioni per cui le ho scelte e ho scelto di dare loro del tempo sono, infine, ragioni mie, un "problema" mio, se vogliamo pure metterla così. Ma “vittima” o “missionaria”, in amore non sono stata mai e mai tale mi sono sentita, perché non ho mai visto, infine, un mio partner davvero come un mendicante incapace di dare: al massimo, ho dovuto accettare il dato di fatto, per l’appunto, che quanto mi dava non corrispondeva a ciò che mi rifletteva. E se nelle storie mal funzionanti, talvolta sono rimasta, per vari motivi, oltre il mio limite, so che a quel punto non “AMAVO” davvero più: pur decidendo di dare una chance (e più di una, a volte) al rapporto, "beneficenza" non la ho mai fatta a nessuno. E non la ho neppure chiesta. Voi sì?...
A questa riflessione oggi si intreccia una esperienza di colloquio con i servizi sociali del mio Comune. In Italia, sembra infatti che sia cosa naturale e scontata che una persona possa pretendere aiuto economico in un momento di seria difficoltà da una famiglia originaria con la quale non ha rapporti, o da ex che conducono la loro vita altrove. Io insisto: se una persona è capace di dare il suo contributo sociale alla comunità in cui vive, è quella comunità che deve riconoscerle la possibilità di mantenersi dignitosamente e pagare le tasse: risponderle di andare a chiedere a persone con le quali non si ha la minima intenzione di avere uno scambio significa per l’appunto esporla ad essere trattata come chi chiede “beneficenza”, ed umiliata come tale.
Io, coerentemente, non solo beneficenza non la ho fatta mai, ma neppure la ho chiesta, proprio perché, per orgoglio e senso della mia dignità personale, so di poter avere quanto mi merito da chi con me intrattiene un rapporto di scambio e solo fino a quel momento… Come mai qui in Italia tanta gente sembra riempirsi la bocca con tanti concetti sull’autonomia della persona, e poi, nel momento del dunque, si sente con la coscienza totalmente a posto a fare un discorso di conti con soggetti di cui non ha più stima e non parla più con rispetto?Ecco una società che ci umilia, e che umilia noi donne in maniera particolare, insegnandoci, educandoci e/o suggerendoci di chiedere assegni familiari a qualcuno con cui non abbiamo intenzione di chiacchierare, non dandoci la vera opportunità di non farci dare delle “mantenute” o delle “beneficiarie” da nessuno. E la cosa più triste è che nessuno si accorge, di fatto, di perpetuare in tal modo una mentalità che ci degrada agli occhi di chi ci può offendere in maniera sprezzante. Lo dico con rabbia, con amarezza e, fieramente, con mancanza di apprezzamento: non è questo un Paese dove è bello vivere e crescere i propri figli… Io, perlomeno, ho la fortuna di poterlo dire con fierezza: sono stata sempre coerente, sia quando mi sono trovata a parlare, che quando mi sono trovata a dover mettere in pratica le mie parole. La mia vita lo dimostra. Chissà quanti e quante possono dire lo stesso…. Un sentito grazie, per il momento, al mio Comune.
Cristina Rocchetto (educatrice pedagogista, consulente ed orientatrice, www.webgiornale.de )

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