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Vivere “veluti si Deus daretur” Per non vivere nel virtuale “La schiena di Parker” di Flannery O’Connor - di Elena Pagetti

La scrittrice Flannery O’Connor si definiva “una cattolica singolarmente in possesso della coscienza moderna”, affermando di scrivere per un pubblico che non crede nell’Incarnazione, “formato da coloro che pensano che Dio sia morto”. Pertanto i suoi racconti mirano a risvegliare il senso religioso servendosi di un linguaggio realista, di immagini e di situazioni shockanti, quasi incredibili, in cui l’incombere del Mistero apre uno  squarcio improvviso: lo spazio della Grazia.

Per tutti valga il racconto “La schiena di Parker”, in cui il protagonista, si fa ricoprire il corpo di tatuaggi, senza però essere mai soddisfatto da questi, nel tentativo disperato di riscattare se stesso, di accettare il detestato nome di battesimo, cominciare a provare stupore verso di sé e attirare l’attenzione delle ragazze prima, poi della moglie. Finché si fece tatuare un Cristo bizantino sul dorso, per ottenere il favore della moglie “redenta” che non avrebbe potuto non apprezzare il disegno di Dio. In realtà la moglie reagì duramente. Tuttavia gli occhi di Dio avevano segnato Parker per sempre. L’impegno della O’Connor a penetrare l’indifferenza del suo tempo di fronte a Dio e a Cristo colpisce per la sua originalità e per la forza con cui si esprime. È un compito che spetta anche a noi immersi nella stessa indifferenza. Senza questo impegno con la realtà del presente, anche la fede vissuta può essere un rifugiarsi in un mondo virtuale, nostalgico del passato e disarmato verso il futuro, perciò tristemente conservatore. Per questo servono uomini impegnati con i fatti, gli avvenimenti grandi e piccoli che capitano nella storia, per scoprire in essi la traccia del Mistero, lo spazio della nostra adesione e della nostra responsabilità verso una realtà che non si chiude nella strettoia dell’apparenza. L’Incarnazione è un fatto che nasconde un Mistero, così i fatti della vita di tutti. In un recente intervento, il filosofo francese Hadjadj, ha sostenuto che la virtualità dell’informatica e dei videogiochi può costituire un binario parallelo rispetto all’incapacità di vivere il presente che porta  a cercare scappatoie. La sfida che ogni tempo porta con sé deve essere affrontata “dal di dentro”. Significativo mi pare, a proposito, l’intervento di Benedetto XVI al Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali. Commentando il diffondersi delle nuove tecnologie ha osservato: “I rischi che si corrono sono sotto gli occhi di tutti: la perdita dell’interiorità,la superficialità nel vivere le relazioni, la fuga nell’emotività, il prevalere dell’opinione più convincente rispetto al desiderio di verità. E tuttavia essi sono la conseguenza di un’incapacità di vivere con pienezza e in maniera autentica il senso delle innovazioni. Ecco perché la riflessione sui linguaggi sviluppati dalle nuove tecnologie è urgente. Il punto di partenza è la stessa Rivelazione, che ci testimonia come Dio abbia comunicato le sue meraviglie proprio nel linguaggio e nell’esperienza reale degli uomini, «secondo la cultura propria di ogni epoca» (Gaudium et spes, 58), fino alla piena manifestazione di sé nel Figlio Incarnato. La fede sempre penetra, arricchisce, esalta e vivifica la cultura, e questa, a sua volta, si fa veicolo della fede, a cui offre il linguaggio per pensarsi ed esprimersi. E’ necessario quindi farsi attenti ascoltatori dei linguaggi degli uomini del nostro tempo, per essere attenti all’opera di Dio nel mondo”. Non fuga ma impegno dell’intelligenza e del cuore per comprendere ed entrare nei nuovi linguaggi di cui spesso, invece, ci si limita a denunciarne i limiti o a esaltarne i vantaggi. Comprendere “l’opera di Dio” è un passo in più per contribuire al servizio della persona nella sua interezza e a superare l’inevitabile impoverimento del virtuale.
Elena Pagetti
(Flannery O’Connor, lettere a Betty Hester)

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