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Quel corpicino nel campo - di Matteo Lusso

Io lavoro in una scuola a metà strada tra Brembate Sopra, dove Yara è scomparsa, e Chignolo d’Isola, dove è stata ritrovata in un campo, vicino al parcheggio della più nota e frequentata discoteca della zona. Si può facilmente immaginare quante voci di ragazzi ho sentito in questi mesi: per conoscenza diretta o indiretta tutti si sono sentiti coinvolti dentro una vicenda da tanto tempo al centro dell’attenzione mediatica.
Eppure non c’era e non c’è molta voglia di parlarne. Quando ci si avvicina al discorso, cala velocemente un silenzio tombale e immediatamente noti qualche volto arrossire, qualche lacrima scendere. Lo capisco: davvero grande è lo smarrimento che sento afferrarmi quando penso alla tenerezza che suscita il pensiero di quel corpo abbandonato senza vita nello squallore di una desolata zona industriale. A pensarci c’è da perderne il sonno. Cadono le braccia, ci si sente sopraffatti da un’onda di disgusto, sfiorati dalla sensazione che sia veramente povera cosa la nostra vita, polvere, breve durata. E’ proprio questo sentire comune il contesto culturale dentro il quale si forma il giudizio sugli eventi dei volti commossi che ho davanti, dietro i banchi.
Ne parlava già il Libro della Sapienza: “Gli empi...dicono fra loro sragionando: / «La nostra vita è breve e triste; / non c’è rimedio quando l’uomo muore, / e non si conosce nessuno che liberi dal regno dei morti. / Siamo nati per caso / e dopo saremo come se non fossimo stati: / è un fumo il soffio delle nostre narici, / il pensiero è una scintilla nel palpito del nostro cuore, / spenta la quale, il corpo diventerà cenere / e lo spirito svanirà come aria sottile. / Il nostro nome cadrà, con il tempo, nell’oblio / e nessuno ricorderà le nostre opere. / La nostra vita passerà come traccia di nuvola, / si dissolverà come nebbia / messa in fuga dai raggi del sole / e abbattuta dal suo calore. / Passaggio di un’ombra è infatti la nostra esistenza / e non c’è ritorno quando viene la nostra fine, / poiché il sigillo è posto e nessuno torna indietro. / Venite dunque e godiamo dei beni presenti, / gustiamo delle creature come nel tempo della giovinezza! / Saziamoci di vino pregiato e di profumi, / non ci sfugga alcun fiore di primavera, / coroniamoci di boccioli di rosa prima che avvizziscano; / nessuno di noi sia escluso dalle nostre dissolutezze. / Lasciamo dappertutto i segni del nostro piacere, / perché questo ci spetta, questa è la nostra parte. / Spadroneggiamo sul giusto, che è povero, / non risparmiamo le vedove, / né abbiamo rispetto per la canizie di un vecchio attempato. / La nostra forza sia legge della giustizia, / perché la debolezza risulta inutile».
Mentre il lettore a Messa leggeva questa prima lettura mi stavo sciogliendo sulla panca dalla depressione: riconoscevo i nostri tempi, questo essere innamorati della morte e questo terribile “afferrare”. Senza pietà, senza amore, senza rispetto. Alla fine della lettura – inaspettatamente - è arrivata la voce (abbastanza flebile di fronte a tutto il brano) della speranza: “Hanno pensato così, ma si sono sbagliati; / la loro malizia li ha accecati. / Non conoscono i misteriosi segreti di Dio, / non sperano ricompensa per la rettitudine / né credono a un premio per una vita irreprensibile” (Libro della Sapienza 1, 16 - 2, 11. 21-22). “Non conoscono i misteriosi segreti di Dio”.

E ho improvvisamente saputo che non li conosco o riconosco neanche io. A meno che, tra tutte le cose che mi vengono incontro ogni giorno, colme del Suo misterioso segreto, io non attenda il Suo rivelarsi, cercando ogni giorno il volto dei santi per trovare riposo nei loro discorsi. E non prepari, lieto della Sua compagnia, giorno dopo giorno o improvvisa, l’offerta di me ad un disegno buono della vita, quel disegno nel quale è scritto il volto ridente di Yara, il corso breve della sua esistenza e il sicuro permanere nell’eternità.

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