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Professione educatore: quale riconoscimento giuridico? (3) - di Cristina Rocchetto

Alcuni punti di vista di chi parla dall’università
E siamo arrivati al terzo articolo dedicato al tema dell’animata discussione sul riconoscimento giuridico e professionale dell’educatore laureato in scienze dell’educazione/della formazione. In questa parte conclusiva, vorrei riferire alcune posizioni proprie a chi fa parte/fa ancora parte del mondo universitario traendo spunto anche dai primi incontri che si stanno tenendo nelle sedi universitarie delle facoltà interessate alla discussione
(facoltà di scienze dell’educazione/della formazione) - prime fra le quali quelle di Palermo e di Bologna - in seguito al movimento ed allo scambio di idee che sono stati attivati sul web. L’università tiene a precisare di non essere stata ferma a guardare: fin dagli anni ’80, il fronte accademico si è impegnato al fine di emancipare dalla mera esecuzione passiva l'operato degli educatori allora dipendenti dalla diagnosi medica e non provvisti di un titolo di laurea. Nel suo intervento alla riunione di Bologna del 9 marzo, il Prof. Luigi Guerra, Preside della facoltà di scienze dell’educazione dell’università di Bologna ha perciò voluto innanzi tutto ricordare le battaglie che l'università ha sostenuto per difendere l'idea epistemologica dell'educazione e quindi del profilo professionale dell'educatore. Traggo liberamente alla relazione delle sue parole messa in rete dal moderatore Valentino Paoloni: “L’università non è ferma su questo tema e prende le distanze dalle accuse di immobilismo che spesso gli vengono mosse da più parti tramite internet. Essa si è innanzi tutto impegnata allora per costruire la facoltà ed ottenere il riconoscimento accademico di questa figura. Questa battaglia si inseriva all’interno di un percorso per rivendicare soprattutto la dimensione educativa all’interno del welfare e dopo molte riunioni e sforzi si riuscì ad ottenere il riconoscimento della necessità di una laurea per l’educatore. Attualmente gli educatori non sono comunque riconosciuti come figura professionale presa in considerazione nei servizi per prendere le decisioni importanti, coloro che coordinano non sono quasi mai educatori. Il fatto che gli educatori sociali di scienze della formazione non possono accedere ai concorsi delle ASL non implica, di fatto, che essi non abbiano la possibilità di lavorare all’interno del settore sanitario pubblico: il 90% di educatori che lavorano nelle ASL sono formati da scienze della formazione per via delle convenzioni che il settore sanitario pubblico fa con le cooperative sociali, ma non possono diventare di ruolo nelle stesse ASL. Il Preside ricorda che c’è quasi la piena occupazione degli educatori sociali e che la nostra facoltà è una di quelle che garantisce lavoro più delle altre; ma di solito questo lavoro è estremamente precario e sottopagato ed, inoltre, si tratta spesso di sottoccupazioni: il problema, infatti, non è solo di natura economica ma riguarda la dignità politica di questa figura professionale. Medicina è una facoltà forte e nel 1998 (anno del decreto 520) c’è stato un accordo dei sindacati con il Ministero della Sanità in cui sono stati definiti gli educatori professionali e la loro formazione ed, in questo modo, scienze della formazione fu espulsa in quanto questa nuova figura era formata dalla facoltà di medicina. Lo stesso Preside ha fatto a Roma non meno di 20 incontri con le confederazioni, ma i problemi erano per lo più politici e poteri molto forti giravano intorno alla questione. Con il D.L. 502/92 si trasferisce la formazione degli operatori sanitari nell’ambito dell’ordinamento universitario: la facoltà di scienze della formazione ha ottenuto la possibilità di fare il corso per educatori sociali rispettando la legge,la quale diceva che dove vi fossero stati 40 crediti di socio sanitario il titolo avrebbe avuto riconoscimento anche nelle ASL e ciò fu il primo esito positivo delle battaglie fatte. Alcuni anni dopo arrivò una comunicazione dal Ministero che in modo del tutto irrituale dava un ultimatum alla nostra facoltà: o dentro un mese avrebbe cancellato i crediti sanitari o sarebbe stato azzerato l’intero corso. La facoltà fu così costretta a togliere i crediti pena la perdita del corso intero, e si cambiò quindi il nome da educatore professionale a quello sociale. Nel frattempo dalla riforma del “Titolo Quinto” è emersa la possibilità da parte delle Regioni di determinare i criteri di accesso alle professioni: l’Emilia Romagna, a tal proposito, ha deliberato il riconoscimento della nostra figura professionale, dell’educatore sociale. Il Preside conclude ricordando che l’università è un ente certificatore non un ente accreditante, rilascia i titoli, ma il loro riconoscimento dipende dalle Regioni, l’università può partecipare alla rivendicazione usando le armi che le sono proprie ovvero quelle culturali: convegni, seminari e sensibilizzazione. Viene ricordato perciò che è eticamente necessario essere impegnato sul fronte di questa rivendicazione, ma che non è compito della facoltà intervenire nei discorsi di livello sindacale; lo è invece intervenire nei tavoli dove si rivendica il valore della figura professionale. In generale, egli è per abolizione degli ordini e contro gli albi professionali, e non è d’accordo con alcuni gruppi di educatori militanti che invece lo chiedono”. Dall’altro capo d’Italia, a Palermo, gli studenti hanno intanto messo in rete il verbale della loro riunione, in cui si trova ugualmente ribadita l’insoddisfazione condivisa per ciò che lo studente trova davanti a sé una volta conseguita la laurea: l’offerta di lavoro infatti non corrisponde a ciò che si trova scritto nelle varie “Guida per gli studenti” di facoltà sotto la voce “Sbocchi occupazionali”, e non soltanto a causa della crisi che imperversa, ma anche a causa di corsi di laurea non professionalizzanti e leggi regionali che danno poco valore alle figure che lavorano in campo del sociale. Qui è stata analizzata la situazione concreta degli educatori e la loro possibilità effettiva di lavorare nelle sedi ASP (Aziende Sanitarie Provinciali) soltanto con il titolo di “educatore professionale sanitario” e quindi laureato presso la facoltà di medicina e chirurgia, con la conseguenza che decine e decine di educatori ogni anno si laureano presso la facoltà di scienze della formazione a Palermo senza nessuna possibilità di lavoro, di fatto garantita esclusivamente ai laureati sanitari. L'assemblea chiede espressamente all'università ed in particolar modo ai professori della facoltà di condurre insieme agli studenti una lotta per il riconoscimento professionale, oltre ad una nuova “Guida per gli studenti” più coerente con la realtà lavorativa attuale. Interessanti anche le discussioni che appaiono nella bacheca della pagina del loro gruppo Facebook, “Organizzazione 2° incontro: pedagogisti, educatori e formatori”. Intanto, da Bologna, Valentino Paoloni lancia una proposta per cercare di lavorare tutti uniti, superando le divergenze, i contrasti e le distanze, per mantenere vivo e vitale il desiderio di confronto e di innovazione. La rete, quando funziona così, è uno strumento impagabile… Di educatori parla anche da Facebook il Prof. Franco Blezza, ordinario di pedagogia sociale ed interculturale presso la facoltà di scienze sociali dell’università di Chieti e Presidente del corso di laurea in sociologia, che non era presente all’evento di Bologna. Io gli ho chiesto di sintetizzarmi la sua opinione. Egli mi scrive: “Concordo sul fatto che il riconoscimento delle professioni pedagogiche debba partire "dal campo"; solo con il tempo arriverà all'università, come è puntualmente avvenuto per psicologi e psicoterapeuti, sociologi, assistenti sociali ecc… ma ritengo sia sbagliato che questo processo sia basato sull'educatore, e peggio ancora su una rincorsa demagogica e fuorviante all'educatore "professionale", che è una figura sanitaria che manda al massacro i nostri laureati. Occorre partire "dal campo" ma dalla figura apicale, cioè da quella del “pedagogista”: una volta riconosciuta questa, sarà essa a lavorare per il riconoscimento anche delle figure intermedie, comunque saranno chiamate”. Ho quindi chiesto al Prof. Blezza di spiegarmi, partendo dallo specificarne i compiti, quale figura intendesse indicare con il termine “pedagogista” distinta (per nome) e superiore (per grado) da quella dell’”educatore“ di cui stiamo qui discutendo. Il Prof. Blezza ritiene che le mie domande nascano dalla mia superficiale conoscenza ed attenzione al suo pensiero, alle sue note, ed alla letteratura di questo settore in genere, alla quale mi ha cortesemente rimandato ed a cui io rispettosamente rimando il lettore interessato. “Soprattutto”, mi scrive il Prof. Blezza, “se ognuno si inventa arbitrariamente termini, profili e funzioni non capirà mai nulla nessuno. Che c'entra il sostegno scolastico, che è un'articolazione della funzione docente? Tutta la letteratura fondatamente distingue il pedagogista dall'educatore: il "pedagogista-educatore" te lo sei inventato tu, di sana pianta e senza quel retroterra di ricerche e di dottrina che richiede (appunto) saggi adeguati”. Per trovare la mia risposta, ho quindi cercato in Internet qualche documento del Prof. Blezza: a suo nome c’è molto materiale, tra cui questo link che mi sembra la soddisfi abbastanza: http://it.dir.groups.yahoo.com/group/pedagogisti_educatori_online/message/1898.
In generale, mi sembra che “educatore” sia per il Prof. Blezza il laureato con laurea triennale, mentre il “pedagogista” quello con laurea magistrale o specialistica (due anni di studio ulteriori, nella modalità 3+2); ai laureati del vecchio ordinamento è riservato un paragrafo che non mi permetto di sintetizzare, come non mi permetto di sintetizzare ulteriormente il suo pensiero né di fargli altre domande. Mi continua a sfuggire però, e sarà un mio limite personale, come due anni dopo il conseguimento del diploma di laurea triennale, mettendo ipoteticamente a confronto un individuo con due anni di esperienza lavorativa alle spalle ed un individuo finalmente uscito dalla condizione di studente, si possa attribuire a quest’ultimo la possibilità di ritenersi “apicale” al cospetto dell’altro. Come conclusione di questa serie di articoli, vorrei anche io aggiungere la mia modesta riflessione di educatrice impegnata in un determinato settore già dai miei anni esteri e con relativa esperienza. La mia opinione parte direttamente dal mio campo di attività e dalla riflessione sui problemi dell’utenza a cui la mia azione si rivolge: io non parlo in generale e non mi sono occupata mai di definizioni o riconoscimenti giuridici; sto anzi con questi miei articoli provando a chiedere e capire anche io come funziona in Italia, quali sono le prospettive e quali le possibilità operative di un giovane laureato in scienze dell’educazione/della formazione - dato che questa laurea esiste; e quando mi presento, mi presento come “educatrice”, senza aggiungere alcuna aggettivazione. Ho chiesto a tutte le persone di cui ho riferito le parole autorizzazione, revisione e correzione delle loro posizioni, ben convinta come io sono che la percezione e la conoscenza umane siano - e possano soltanto essere - limitate e relative al soggetto a cui si riferiscono e da cui partono: come diceva qualcuno con il quale io non posso sicuramente confondermi, ma dal quale molti di noi traggono ispirazione, “io so di non sapere”. Ringrazio moltissimo chi ha dedicato tempo per correggere e puntualizzare il modo in cui io avevo riportato la sua posizione senza risentirsi con me. Personalmente e dal mio piccolo, anche io sento molto l’importanza, e mi identifico con chi la sostiene, di dare forza e riconoscimento alla figura professionale dell’educatore partendo dall’esperienza fatta attraverso la pratica del “campo” come luogo di verifica e produzione di idee, poiché la teoria da sola, senza l’esperienza concreta, aiuta poco a sintonizzarsi con la realtà dei problemi della gente. Anzi, la mia posizione è molto radicale: io “strumentalizzo” la formazione in funzione dei problemi, e parto da quelli chiedendomi come fare, chi formare e come per risolverli. Il prestigio dei titoli, chiedo perdono, ma non riesce a darmi da solo le risposte che cerco. E’ dunque, nella mia prospettiva, “educatore” colui che fornisce i dati e l’esperienza alla riflessione, sempre che le due azioni debbano essere attribuite a due personaggi diversi e non ad un team multidisciplinare; a questo educatore io chiederei di tuffarsi nel mondo già dai tempi dell’università, e chiederei all’università non solo di rivedere le guide dello studente, ma i loro stessi programmi di studio inserendo, accanto alle fondamentali materie umanistico-teoriche, trainings e stages molto pratici e seriamente supervisionati, affinché i suoi laureati non combinino guai e non seminino sofferenza una volta trovato lavoro. Di questi guai e di questa sofferenza io pure mi occupo, dunque su di essi richiamo seria attenzione. Dai miei articoli e dalla mia riflessione sui problemi conosciuti nella/con la scuola, esce fuori la figura di un “educatore nella scuola”, che io ho anche chiamato temporaneamente “educatore-pedagogista”, e che ho proposto nei miei progetti di intervento per il recupero e l’integrazione scolastica di bambini/ragazzi intellettivamente dotati, spesso dall’intelligenza anzi fin “troppo” vitale per i gusti di un certo modo di fare ed intendere la scuola, a rischio perciò di dispersione scolastica, di emarginazione sociale ed ormai addirittura spesso di terapie farmacologiche. Prima di dare o meno adesione verbale a campagne per la farmacovigilanza e/o di bocciare idee partendo dal sofistico punto di vista che discute solo di mere definizioni, ci si chieda cosa si può fare in pratica, come ed attraverso chi, per offrire a famiglie, scuola e ragazzi sane e socialmente utili alternative, e si ascoltino le proposte che persone come me, dal campo, cercano di fare e di divulgare, mettendoci in contatto e creando un collegamento diretto tra sociale ed università. Sempre personalmente, con le mie provvisorie definizioni terminologiche alle quali al momento do francamente relativa importanza, io sto provando ad individuare i limiti di una proposta anche economicamente praticabile=sostenibile, verificandola in itinere e misurandola direttamente sui problemi in relazione alla cui esistenza è nata – ovvero mettendomi io stessa al servizio di una scuola e richiedendo attenzione agli enti che vorrei coinvolgere – indicando la figura adatta per assumersi una parte delle responsabilità di quest’azione di recupero nell’educatore di formazione umanistica possibilmente debitamente integrata ad altre materie ed a corsi di aggiornamento specifici a carico di quegli enti, inserito nella scuola non come “insegnante di sostegno”, né come “assistente”, né come “mediatore familiare” o come “psicologo” o “assistente sociale”, ma, appunto, come “educatore” e parte incancellabile di un team multidisciplinare dove siano presenti e coinvolti anche altri operatori provenienti da diversi formazioni, impostazioni e discipline, di cui alcuni senz’altro appartenenti anche alla ASL territoriale, ma non solo. Se il mio contributo alla scuola dovesse essere riconosciuto utile dalla scuola stessa, dalle famiglie e dai ragazzi, sul mio lavoro richiederei e richiederò ancora più seria attenzione: io mi vergognerei di equivalere per il mio già non ricco Comune (e Paese) ad uno spreco di tempo e di denaro, perché trovo vergognoso notare gli sprechi e gradirei fosse seriamente creato un modo di lavorare in sinergia che li eviti, ovvero che si dimostri efficace per la nostra utenza a tempi brevi ed anche a tempi lunghi. Nel caso della terapia farmacologica somministrata a tanti minori, i tempi lunghi non sono assolutamente contemplati. Ed io non parlo da sola. Partendo direttamente dalla realtà dei problemi della gente e considerando l’operatore colui che offre un servizio che deve essere giudicato efficace dall’utenza a cui si rivolge, continuano a rimanermi non chiari molti aspetti di quel genere di posizioni che partono dalle definizioni e che di quei problemi nulla dicono – si spera che almeno qualcosa davvero sappiano. Dal mio piccolo, io credo che anche l’università sia un’istituzione sociale e che il suo lavoro debba rimanere collegato alla realtà dei bisogni attuali, pure lì dove essi chiedono innovazione ed un po’ di creatività: nuovi problemi richiedono quindi nuove soluzioni, ovvero nuovi operatori adeguatamente formati da formatori altrettanto adeguati, coscienti della realtà dei problemi che i primi si troveranno ad affrontare – sia per non sprecare fondi e risorse, sia per rispondere ai problemi a monte – affinché l’educatore, comunque lo si voglia chiamare, diventi davvero un professionista posto nella peculiare posizione del dover/poter riuscire a tradurre le idee acquisite in pratica. Un professionista del genere non può agire da un mero esecutore di idee generali altrui meccanicamente applicate a casi particolari senza fare danno. Chiunque abbia studiato la storia della cultura e del pensiero occidentali riconoscerà in questa polemica una delle eredità storiche delle discussioni sulle varie teorie della conoscenza, che sicuramente trascendono il contingente “io-me” da cui parlo in quanto soggetto. Io stessa considero infatti fondamentale per la preparazione globale dell’educatore studiare (anche) materie umanistiche, antropologia culturale e filosofia per saper difendere a ragion veduta e con autoconsapevolezza la dignità del proprio operato. Posizioni simili alla mia sono comunque ripetute da vari siti in vari modi, tutti però compresi sotto il generale ombrello di una diffusa insoddisfazione verso l’incapacità o l’impossibilità degli operatori addetti di rispondere alla gente che chiede loro aiuto; tra tali siti, segnalo per esempio il http://www.iosocarmela.net/ - chiedendo al lettore il tempo di leggere la tragica storia di una ragazzina (Carmela) violentata da un branco, umiliata e trattata con farmaci, suicidatasi infine a 13 anni di età: il sito è stato creato appunto dai suoi genitori ed è impegnato, tra le altre cose, anche nella lotta contro il talvolta gravemente scandaloso mal servizio dei servizi sociali. Sembra dunque che la mia opinione non sia del tutto isolata: sia alcuni gruppi studenteschi (come il gruppo di Palermo) che alcuni educatori ormai impegnati in un’attività lavorativa manifestano una certa insofferenza verso le varie forme di distanza e di estraneità che purtroppo ancora esistono da parte di una più o meno consistente fetta del mondo accademico che tende di fatto a screditare e disconoscere chi opera nella pratica e che lì ha maturato la sua esperienza ed il suo stile professionale. Non mi stupisce così, anche se mi spiace, che molti di coloro ormai immessi nella vita lavorativa, dopo aver vissuto sulla propria pelle lo shock del trovarsi in un mondo per affrontare il quale l’università non li aveva assolutamente concretamente preparati, non trovino l’invito ad una conferenza tenuta alla loro università qualcosa che li riguardi davvero direttamente. Mi auguro perciò che l’università si avveda delle proprie responsabilità e riveda alcune delle sue posizioni più ascetiche e mi scuso di non essere stata, in questa specie di “arringa”, capace di maggiore sintesi. Termino qui. Spero di aver dato, con lo spazio che le ho dedicato, anche io il mio piccolo contributo a questa problematica che riguarda sia l’educatore in quanto operatore sociale che l’utente che ai servizi sociali (welfare) si rivolge. Non mi potevo certamente proporre di riferire cose definitive: le discussioni, talvolta capaci di lasciare il loro strascico di amarezza, continuano… · ·Per queste ragioni propongo a tutti i partecipanti all’assemblea del nove marzo, agli studenti di Bologna e a quelli di Palermo con i quali si sta creando un produttivo dialogo e a tutti gli altri studenti d’Italia, a tutte le associazioni, i movimenti di lavoratori, i docenti delle facoltà di scienze della formazione e a tutti gli educatori e i pedagogisti di unirci in un movimento che sia il contenitore entro il quale discutere, definire, rivendicare le questioni relative alla nostra professionalità e alla nostra deontologia. Immagino un contenitore che veda convergere il contributo di tutti questi attori citati a partire dalle associazioni presenti il nove marzo all’assemblea come l’ANEP e allargare alle altre esistenti sul territorio nazionale per arrivare agli studenti, ai lavoratori e ai docenti delle facoltà di scienze della formazione. Un “luogo” nel quale ogni attore contribuisca con il proprio pensiero, il proprio impegno e la propria storia per la creazione di una proposta unitaria di rivendicazione da diffondere e da presentare alle regioni e a chi ha il potere di legiferare per risolvere le questioni che si sono sollevate durante l’assemblea: dall’unificazione dei percorsi di studio universitari per educatori alle norme di accreditamento regione – privato sociale; dalla deontologia dell’educatore al tipo di welfare più opportuno. Lo sforzo che ritengo necessario è quello di superare le divergenze fra le associazioni e le diverse aree che ruotano attorno alla figura dell’educatore e riconoscere, invece, i punti di convergenza gettando le basi per una proposta unitaria e condivisa da poter rivendicare insieme ed, in questo modo, avere maggiore peso quando si tratta per il legislatore di prendere le decisioni. ·Per queste ragioni propongo a tutti i partecipanti all’assemblea del nove marzo, agli studenti di Bologna e a quelli di Palermo con i quali si sta creando un produttivo dialogo e a tutti gli altri studenti d’Italia, a tutte le associazioni, i movimenti di lavoratori, i docenti delle facoltà di scienze della formazione e a tutti gli educatori e i pedagogisti di unirci in un movimento che sia il contenitore entro il quale discutere, definire, rivendicare le questioni relative alla nostra professionalità e alla nostra deontologia. Immagino un contenitore che veda convergere il contributo di tutti questi attori citati a partire dalle associazioni presenti il nove marzo all’assemblea come l’ANEP e allargare alle altre esistenti sul territorio nazionale per arrivare agli studenti, ai lavoratori e ai docenti delle facoltà di scienze della formazione. Un “luogo” nel quale ogni attore contribuisca con il proprio pensiero, il proprio impegno e la propria storia per la creazione di una proposta unitaria di rivendicazione da diffondere e da presentare alle regioni e a chi ha il potere di legiferare per risolvere le questioni che si sono sollevate durante l’assemblea: dall’unificazione dei percorsi di studio universitari per educatori alle norme di accreditamento regione – privato sociale; dalla deontologia dell’educatore al tipo di welfare più opportuno. Lo sforzo che ritengo necessario è quello di superare le divergenze fra le associazioni e le diverse aree che ruotano attorno alla figura dell’educatore e riconoscere, invece, i punti di convergenza gettando le basi per una proposta unitaria e condivisa da poter rivendicare insieme ed, in questo modo, avere maggiore peso quando si tratta per il legislatore di prendere le decisioni.
Cristina Rocchetto

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